domenica 21 febbraio 2016

Work-life balance

Questo è uno di due post che volevo scrivere da tanto tempo. L'altro, probabilmente, non ci sarà.
E' da più di un mese che non scrivo una riga. E in questo mese l'unico grosso cambiamento c'è stato sul lavoro.
Sono stato ricollocato a Firenze, proprio nel posto dov'ero qualche mese fa, ma con un incarico diverso, molto, molto, molto e ancora molto migliore.
Il ritorno è stato molto piacevole. Sono arrivato alle spalle di un mio collega e gli ho fatto
- pensavi davvero di poterti liberare così facilmente di me?
- che ci fai qui?
- sono tornato
(mi dà un abbraccio) accoglienza stupenda.
In poco tempo ho ritrovato il mio monitor, la sedia con l'etichetta col mio nome ancora attaccato, ho preso posto nella stessa isola di scrivanie, a due posti di distanza da dov'ero a giugno. Molto bello, non ci speravo, non ci avrei creduto qualche mese fa, ne avevo fatto una malattia del fatto di dover andare via di là.
E l'incarico che ho avuto, così come il gruppo di lavoro in cui sono stato assegnato, sono l'occasione che ho cercato in questi anni di cominciare a imparare.
Dopo diversi incarichi "parcheggio" in cui ho perso molto tempo, ora finalmente si comincia a fare sul serio. Lavoro insieme a un mio collega e ad altre due persone che mi stanno insegnando molto. C'è tanto da fare in poco tempo. Questo lavoro durerà fino a luglio, la scadenza è stretta e i ritmi sono serrati.
E questo è il momento in cui voglio parlare di work-life balance.

Immagine presa dal web
E' un equilibrio difficile. E non dovrebbe esserlo. Non ce n'è un vero motivo.
Qualche mese fa ho scritto che, cercando lavoro in America, ho scartato a priori le aziende che impongono ai dipendenti orari fuori dal normale. E sono stato messo in guardia da molte persone che mi hanno detto che negli Stati Uniti le 40 ore lavorative non sono la regola, ma l'eccezione, che essendo un mercato del lavoro competitivo e senza tutela del lavoratore, si fa a gara a chi produce di più.  

Queste informazioni mi hanno messo un po' in difficoltà. Contrastano molto con quello che avevo trovato in rete. Cercando tutti i pareri dei vari lavoratori sulle loro aziende avevo scoperto che ci sono le ditte in cui l'orario lavorativo è 9-5 e non si chiede di più, e quelle in cui si spreme il dipendente come un limone. Dopo quel giorno ho continuato a cercare insistentemente conferme e smentite, ho cercato di capire se questa situazione vale anche per il settore privilegiato dell'informatica.
Perché ogni mio ragionamento parte dal fatto che l'informatica, rispetto ad altri settori lavorativi, è privilegiato. Su questo aspetto vorrei approfondire, ma non voglio divagare.

Mi importa chiarire bene il mio punto di vista su questo argomento. Ho ben chiaro che a tutte le persone che mi hanno dato consigli e indicazioni farebbe piacere se io trovassi un lavoro da 40 ore, che hanno fatto il massimo per aiutarmi e non hanno cercato mai di tagliarmi le gambe. Mi preme dirlo perché purtroppo leggo spesso che chi vive all'estero e cerca di mostrare a chi vuole andarci le difficoltà così come sono viene poi accusato di voler ostacolare invece di aiutare.

La mia ricerca, un risultato chiaro non me l'ha dato. Da un lato, persone amiche e disinteressate che mi dicono che lì lavorano tutti come matti, che vivono per lavorare, che adorano carriera e soldi come divinità. Dall'altro, dipendenti di aziende di informatica, perfetti sconosciuti, che, in alcune aziende parlano di "long hours", in altre di orari 9-5 e niente straordinari. Partendo da un punto di vista del genere non mi sembra sbagliato l'approccio di scartare a priori ciò che non mi conviene e cercare l'occasione buona. Quello che era sbagliato, mi è stato fatto notare, era contarci e pensare di farcela in poco tempo. Ho accettato questo suggerimento ed ho agito di conseguenza.

Quello che però mi ha sorpreso è stato che molti dicessero che nemmeno in Italia facevano "solo" 40 ore.
Diciamolo chiaramente. Adesso sono in una situazione relativamente privilegiata. Mi ci sono messo da solo, me la sono cercata e trovata perché ne ho avuto bisogno. A partire dal giorno della mia laurea sono stato contattato continuamente da diverse aziende, almeno una alla settimana, che volevano propormi un colloquio di lavoro. Pur considerando che molte di queste offerte sono probabilmente farlocche e, nel migliore dei casi, meno buone del lavoro che ho adesso, so che se dovessi avere assolutamente bisogno di un lavoro, a costo di scendere a tanti compromessi "cado in piedi". So bene che in altri settori la situazione è molto più difficile e che l'informatica sta attraendo molte persone che hanno studiato altro o che prima facevano un altro lavoro, ME COMPRESO.

La mia posizione è diametralmente opposta rispetto a quella di chi vive per lavorare. Non so se conosco delle persone che amano la carriera più di ogni altra cosa. Anche perché quando una persona non mi piace non approfondisco la conoscenza, e gli stakanovisti non mi piacciono.

Io non ho mai considerato il lavoro come il centro della mia vita. Al contrario, sono più che convinto che il progresso tecnologico serva a farci lavorare sempre meno. Se oggi lavoriamo 40 ore alla settimana per produrre 10000 paia di scarpe, domani ne basteranno 30. Avremo prodotto ugualmente quello che ci serve, verremo pagati sempre di più e potremo avere gli stessi beni, con più tempo libero.
Trovo che questo sia applicabile ad ogni livello, che non sia necessario ammazzarsi di lavoro per fare carriera. Capisco che c'è chi ama il suo lavoro più di se stesso, ma trovo queste scelte incompatibili con il formare una famiglia. Poi, ognuno faccia come crede, io non avrei mai sposato una donna manager.
Il mio mondo ideale è questo. Ed è una battaglia persa. Oggi quello che succede è che se si produce di più chi se ne avvantaggia è solo chi è al vertice dell'azienda. Il lavoratore "comune" non riceve né una riduzione di orario, né una paga migliore. La disparità tra ricchi e poveri aumenta invece di diminuire, e questo è un assurdo. E il fatto che si possa produrre di più con costi minori porta disoccupazione invece di una migliore qualità di vita. Questo sistema sta collassando.
Spesso la disparità viene spacciata per meritocrazia, ma, al contrario, un sistema meritocratico prevede sì delle differenze, ma non abissali. Non è meritocratica un'azienda in cui l'amministratore delegato ha uno stipendio centinaia, migliaia di volte superiore a quello di un operaio.

Come dicevo, non sono stato sempre in una posizione privilegiata, ma me la sono sempre cercata. Per anni ho vissuto e lavorato senza mettere la sveglia, ma non ho mai guadagnato il necessario per vivere. Poi, quando è stato necessario, ho fatto le valigie e sono andato a lavorare in un'azienda lager.
Lì si facevano 9 ore al giorno, per 5 giorni a settimana, e tutte le ore venivano pagate. Si poteva restare di più a lavorare e anche lì tutto era pagato. L'azienda era un lager per altri motivi. Meno delle 45 ore non era concesso.
Mi sono trovato anche nella situazione terribile di sentirmi "imprigionato", di non avere il coraggio di chiedere di poter andare via nemmeno in una situazione di emergenza. Per poi accorgermi, pochi mesi dopo, che mentre io ero così sottomesso, qualcun altro aveva il coraggio di fregarsene altamente, di dire "sto andando via per questo motivo" e andare, invece di dover chiedere per favore e sentirselo eventualmente negare.
E' lì, e nell'esperienza lavorativa attuale, che ho capito due cose.
Una è che il work-life balance è un bene che va difeso. L'altra è che per ottenere bisogna pretendere. Inutile sperare e puntare sulla meritocrazia, lavorare a testa bassa sperando di essere premiati. Chi ottiene veramente le cose, chi viene premiato è chi, appena alza un dito, lo fa pesare come se avesse mosso una montagna.
Quando ho cercato lavoro, in un'occasione mi hanno detto che, quando necessario, c'era da fare qualcosa in più, quando i progetti sono in scadenza e bisogna consegnare. Ho detto che fare dello straordinario quando si è in situazione di emergenza è normale, ma lo straordinario non deve diventare cosa di tutti i giorni.
Per quel lavoro non mi hanno preso, non so se per questo o per qualche altro motivo.

Poco dopo io ho trovato lavoro dove sono ora ed ho formato diversi colleghi. Cosa abbastanza singolare, questi geni hanno scartato me e preso una ventina di miei alunni, senza saperlo.
Qualcuno di questi colleghi mi ha detto che lavora fino a tardi perché si pone l'obiettivo di finire quello che fa, senza che questo gli venga pagato. Uno di loro, che dirige gli altri, mi ha raccontato che appena un nuovo arrivato ha fatto per andarsene, dopo aver lavorato normalmente le sue 8 ore, gli ha detto "ah, mezza giornata oggi?". E il ragazzo, giovane e sottomesso "ma... devo fare di più?" e si è rimesso al lavoro. Ho sempre pensato che, se ci avesse provato con me, non ci sarebbe riuscito, io sarei andato via dicendogli "a' bello, il mio l'ho fatto, ciao ciao".

Dove lavoro ora, per due anni non ho ottenuto di poter entrare e uscire 10 minuti prima dal lavoro per poter prendere l'autobus. Il mio collega appena arrivato non l'ha mai chiesto. L'ha fatto e basta, senza chiedere nulla. L'ho fatto anche io, nessuno ha detto niente. Cazzo, finché l'ho chiesto è stato un no, poi quando l'ho fatto senza chiedere non ho trovato ostacoli? Quanto sono stato scemo a non capirlo prima qual era il modo giusto di fare!
Altro esempio, sempre nel mio lavoro attuale. Un mio collega è stato sovraccaricato e, per portare a termine il lavoro si è sobbarcato ore di straordinari gratis ogni giorno, a casa, senza chiedere nulla e senza farlo pesare. Quando è andato in ferie l'ho sostituito per una settimana. Sapevo di questa cosa e il primo giorno, da subito, ho fatto scoppiare la situazione. Il cliente si è lamentato e ho detto ai capi che non avrei potuto portare a termine il lavoro nel tempo richiesto. Mi hanno chiesto di completarlo a casa, offrendosi di pagare lo straordinario.

Ed eccoci al lavoro di oggi.
Normalmente sono fuori casa per lavoro 12 ore al giorno perché oltre alle 8 ore di lavoro e all'ora di pausa pranzo ce ne sono 3 di andata / ritorno casa-ufficio. Non me ne lamento, l'ho scelto io e finché studiavo quel tempo mi faceva comodo. Ma voglio dire che non è che io non sappia cosa significa fare giornate di lavoro lunghe. E' qualcosa che ho considerato, nel caso di un eventuale espatrio.
Prossimamente sarà necessario lavorare di più. C'è una scadenza da rispettare, molto importante, e l'azienda cliente è disposta a stanziare i soldi che servono per questo scopo. Il che vuol dire che probabilmente gli straordinari verranno pagati (finché non lo vedo non ci credo). Qualcuno aveva ben pensato di farmi venire a lavorare sabato dicendomelo venerdì. Mi sono opposto ("scusate, ma sabato ho già preso un impegno, devo andare a comprare un dinosauro").
In questa occasione a me sta bene ammazzarmi di lavoro per qualche mese, anche se sarà molto faticoso. Per alcuni motivi:
- se lo faccio, me lo pagano. Non è affatto scontato, anzi è raro, e a me qualche soldino in più serve.
- si tratta solo di qualche mese. Conoscendo l'ambiente so bene che non è la normalità lì dentro.
- questo è un lavoro in cui c'è molto da imparare. Non mi era mai capitato finora, in più di 4 anni ed è un'occasione che mi interessa cogliere fino in fondo.

Certo, avendo capito l'andazzo so che invece di mostrarmi disponibile e contento dovrò far pesare la cosa, altrimenti rischierò che mi si chieda sempre di più. Purtroppo, in queste piccole aziende dove non c'è un sindacato all'interno a difendere gli interessi del lavoratore, tocca sbrigarsela da soli. La differenza con le ditte come quella cliente, che hanno all'interno un sindacato, è abissale. Pretese notevolmente inferiori, paghe migliori, contratto integrativo con vari bonus. Qualcuna di queste cose me la sono conquistata lottando tanto finora. E una di queste è proprio il work-life balance.

martedì 12 gennaio 2016

Matrimonio civile in Messico

"Estàn seguros de que se quieren casar?"
Don Ramòn ce lo chiese più volte. Chissà cosa pensava, perché non sembrava così convinto.
Non lo sapremo mai. In ospedale gli comunicammo la data delle nozze. Il giorno dopo non era più con noi, non ci sarebbe stato ad accompagnare la figlia all'altare.
Mi piacerebbe potergli dire di nuovo di sì, che ora che sono passati 12 anni (domani) da quel giorno sua figlia la sposerei ancora 12 volte...

Già, ma come funziona in Messico il matrimonio? Che burocrazia c'è dietro? Cosa bisogna fare?
Le informazioni che vi darò ora sono un po' datate, quindi prendetele con le molle.

Innanzitutto la tradizione prevede che i genitori del fidanzato si rechino da quelli della promessa sposa per "chiederla". Piaccia o no è così.
Per me è stato un po' diverso. Mi sono presentato da solo, data la distanza. E sono stato sempre bene accolto.

Il matrimonio concordatario è un istituto italiano. In Messico, se si desidera sposarsi sia in comune che in chiesa si devono fare le cose in due momenti separati.
Prima in comune. La chiesa cattolica in Messico richiede l'atto di matrimonio civile per procedere.

Del matrimonio in chiesa vi ho parlato l'anno scorso. In occasione dell'anniversario del matrimonio civile vi racconto come è andata.

Bisogna avere i documenti già pronti dall'Italia, o ci vorrà qualcuno che se li procuri. Che io ricordi mi è servito solo l'atto di nascita (quello completo, con l'indicazione dei genitori). Ho chiesto il modello multilingue ed ho fatto apporre dalla prefettura il timbro della Apostille, una roba di questo genere.

Immagine presa dal web
Per avere questo timbro, il documento deve essere firmato da una persona che ha la firma depositata in prefettura. In comune ce ne deve sempre essere qualcuno, bisogna interessarsi e chiedere prima.
Ci presentiamo al registro civile per chiedere l'elenco dei documenti. Del fatto che il mio atto di nascita sia già (anche) in spagnolo, essendo multilingue, non gli importa un fico secco. Vogliono la traduzione fatta da un traduttore ufficiale. Insisto, trovo una funzionaria che sa che l'atto va bene così e che non devo farlo tradurre dallo spagnolo allo spagnolo.

E' da notare il fatto che per sposarsi vengano anche richieste le "analisis prenupciales", cioè delle visite mediche. Il risultato di queste analisi non ha alcuna importanza per il comune, è richiesto solo che si facciano. E' una misura importante, serve a far conoscere ai futuri coniugi i rischi che in alcuni casi ci possono essere con il concepimento (es. due portatori sani di anemia mediterranea).

Nel caso in cui uno dei due sposi sia minorenne è sufficiente l'autorizzazione dei genitori. Non ci sono procedure particolari (per quanto ne so, in Italia, ci vuole il permesso del giudice). Comunque non era il nostro caso. Mentre eravamo lì, però, abbiamo sentito un impiegato dire ad un altro "quando si presentano queste persone, non sposatele, i genitori hanno negato il consenso".

Altra curiosità, i documenti si presentano sempre in originale e copia. Lo fanno per confrontarli, poi ti lasciano l'originale (spesso) e si tengono la copia. Meglio così, ci sono documenti che può essere difficile o costoso dover rifare quando servono di nuovo.

La procedura per sposarsi, per un cittadino straniero, in Messico, prevede anche di farsi prendere in giro da Miguel, l'impiegato dell'ufficio immigrazione.
- Bene, cosa posso fare per te?
- Mi voglio sposare

Scuote la testa da dietro il bancone
- No, non va bene.
- Ma sì, sono convinto

Tira fuori l'elenco dei documenti da presentare
- Ma ci hai pensato bene? Ok, portami queste carte. Ma sei sicuro? Non farlo!

Quando gli riporto le carte sono insieme alla mia fidanzata. Lui riattacca tentando di dissuadermi, e lei
- Ma sta zitto, con quel che ci ho messo per convincerlo... (macché!)

Ero già residente in Messico, con il permesso di lavoro, ed in possesso dell' FM3, un documento fatto così (almeno allora così era il mio, un libretto simile al passaporto).

Immagine presa dal web

Sul mio FM3 è stato annotato prima il permesso per il matrimonio e, successivamente, il matrimonio stesso.
Per chi avesse qualche dubbio: la burocrazia messicana fa a gara con quella italiana, a volte può essere anche peggiore e i burocrati stessi possono essere anche più stupidi. Non scuotete la testa, è possibile! Meno male che l'ufficio immigrazione funzionava bene, altrimenti sarebbe stata dura per me.

Documenti in regola, ci presentiamo il giorno del matrimonio.
Nessuna cerimonia particolare, sembra una fila di quelle per un documento, un bel po' di caos, ci sono molte coppie.
Due testimoni per ciascuno. Ci sono tre componenti del coro dove canta mia moglie e il mio direttore.
Ricontrollano i documenti. No, non vanno bene, il certificato deve essere tradotto.
Ma come? L'avete già accettato, abbiamo parlato con xxxx.
Non lavora più in quest'ufficio.
Le persone le spostano continuamente come pedine, e quello che fai con il funzionario precedente non vale con il successivo.
Ma come? Le ripeto. E' già in spagnolo, cosa c'è da tradurre?
No, non si fidano, è un documento che viene dall'estero, quindi deve essere tradotto. Non hanno nemmeno l'intelligenza e la voglia di leggerlo per rendersi conto che è così, il fatto che ci siano anche delle scritte in altre lingue li disturba.

Stavano rifiutando di sposarci!

Intanto fanno passare avanti le altre coppie, rimaniamo per ultimi. Per fortuna c'era in ufficio un'altra persona che sapeva che il documento era valido.
Dopo un'ora o due di guerra di nervi, ci sposano. Maledetti! E c'è da dire che non hanno nemmeno imparato e, successivamente, ad altre persone, hanno continuato a richiedere la traduzione di questo documento.
Passiamo a firmare l'atto. E a metterci le impronte digitali. E qui mia moglie controlla che io firmi e metta le impronte per bene.


Poi ci fanno accomodare in una sala dove ci fanno la domanda di rito: "tu, Luciano... vuoi prendere... come tua legittima sposa?"
Rimango spiazzato. Ma, come? Gli articoli di legge non li leggono? Era così bello quando, nel film di don Camillo cominciano con "il marito è il capo della famiglia..."
No, non ti leggono un fico secco. Vuoi o no?
Certo che sì.
Vi dichiaro marito e moglie. Applausi, abbracci. Quello che vedete a destra nella foto era il mio direttore.


Purtroppo non c'è più, ne ho pianto la scomparsa qualche anno dopo.
Si ritorna all'ufficio immigrazione col certificato, per far trascrivere il matrimonio sull'FM3. I geni del registro civil hanno dimenticato di aggiungere l'annotazione che indica che ho presentato l'autorizzazione dell'ufficio immigrazione come straniero.
Nuovo giro, ripasso dal registro civil, mettono l'annotazione e poi si torna all'ufficio immigrazione.
Meno male che lavoravo la sera, così di giorno questi documenti li potevo fare!

Finita qui la burocrazia? O come si dice in Messico, la burro-crazia? Burro significa asino, più chiaro di così...
Ahem, no. Bisogna far trascrivere il matrimonio in Italia.
Devo dire che questa volta è stato facile. Il consolato più vicino è a Città del Messico. Ci siamo andati un paio di mesi dopo e abbiamo portato lì i documenti.
- Tutti in regola, devi solo farmi una traduzione di questo
- Dove posso andare per farla? Cercavo un punto internet, dove hanno un pc per non scriverla a mano.
- A casa tua ar compiuter. E' la risposta dell'educatissimo impiegato del consolato.
Vabbè. Quella è una zona residenziale, niente servizi. Prendiamo l'autobus e troviamo un posto dove andare. Torniamo in tempo prima della chiusura. E' fatta.
Due mesi dopo torniamo in Italia e il matrimonio è stato trascritto. Nessun intoppo. Marito e moglie anche in Italia.

sabato 9 gennaio 2016

cose dell'altro mondo

Siamo nel 2016, ce ne siamo accorti, eh!
Forse qualcuno no. E allora un piccolo sforzo per fargliene accorgere ci vuole.
E' quel che mi è capitato oggi. Una scena forse fin troppo consueta, ma no, oggi non mi andava di fare finta di niente.
Semplicemente, un tizio, per strada, apre un pacchetto nuovo di sigarette e butta i rifiuti per terra.
Non è una scena purtroppo nuova da queste parti, anzi, è così roba di tutti i giorni che la città è un autentico immondezzaio. E giù ogni giorno a vedere segnalazioni su segnalazioni sui social network. Ma queste lasciano poi il tempo che trovano.
Beh, stavolta ho voluto dire basta. E ho fatto al tizio, un signore di mezza età,
"ma insomma, si butta tutto lì per terra?"
e questo "sì", con la gran faccia tosta.

No, una cosa del genere non era accettabile, gli ho detto che è un grandissimo incivile.
- va via che non ho voglia di discutere, se no ti do una labbrata.

Ecco, un piccolo gesto maleducato come buttare qualcosa per terra, già non è da tollerare. Ma tutti sbagliano. Quel che è grave è risponder male a chi te lo fa notare e rifiutarsi di correggere. Questo no, per me non va mai, e dico MAI e ripeto MAI perdonato, ma condannato con la massima severità.

- gentaglia come lei non dovrebbe esserci sulla faccia della Terra. E ora venga dai vigili se ha il coraggio.

Questa è stata la mia risposta.
Il comando dei vigili era poco distante, e il tizio ha continuato a dire che mi avrebbe mollato una labbrata. Peggio per lui.
Suono il campanello al comando dei vigili urbani
- potete intervenire per favore, c'è un tizio che vuole menarmi.
- dov'è?
- è qui, sta arrivando

L'imbecille ha raccontato la sua versione, dicendo che l'ho offeso (ma quando?). I vigili hanno tentato di calmare le acque, ma sono stato durissimo. O andava a raccogliere quello che aveva buttato o avrei fatto la segnalazione, che significava una multa per lui.

Non è facile spuntarla in queste occasioni. Mi è andata bene. Proprio perché sentendosi provocato, lo scemo è venuto dai vigili. Se se ne fosse andato per conto suo, sarebbe stato difficile trascinarlo al comando della polizia municipale.
Bene, il tizio è dovuto andare a raccogliere le sue cartacce, accompagnato da un vigile.

Cosa succederà poi? Secondo me:
- se non troverà più nessuno ad ostacolarlo lo rifarà peggio di prima, sentendosi offeso e sempre in diritto di fare quello che gli pare
- se troverà almeno due o tre persone che faranno la stessa cosa, si arrenderà all'evidenza e la smetterà.
Difficile che accada. Troppo difficile. E come lui ce ne sono troppi, la maggioranza.

Siamo nel 2016, e ancora c'è al mondo gente così. E ancora nel 2016 c'è da incazzarsi col prossimo che non ha capito che comportarsi civilmente è un dovere, non un qualcosa che non lo riguarda.
Cose dell'altro mondo...

giovedì 31 dicembre 2015

Buon anno

Ciao e buon 2016 a tutti!
Sto leggendo in questi giorni un po' di commenti vari sul 2015, che la gran parte della gente classifica, senza mezzi termini come "anno di merda".
Io non sono solito fare questi bilanci, non in questo periodo almeno. Sono di settembre e ho sempre in mente l'anno scolastico come ciclo naturale. Per me l'anno inizia a settembre e finisce ad agosto.
Però mi avete fatto venire voglia di provarci.
Il 2015 a me di cose buone ne ha portate un sacco. O sono io che stavolta voglio vederle così, nonostante il mio proverbiale pessimismo?
Allora, vediamo un po'. Non è cominciato benissimo, ma sorvoliamo su questo...
Per tutta la prima metà dell'anno è stato un tour de force di studio, levatacce, ansia, corse per riuscire a fare tutti gli esami in tempo, con il rischio di perdere tutto il lavoro fatto.

Aprile mi porta come ogni anno la gioia dell'anniversario di matrimonio. Undici anni. La vittoria più grande della mia vita. Una bellezza così grande che non riesco ancora ad abituarmi, a smettere di apprezzare. Soprattutto ora che le bellezze sono due.

Poi, a giugno, ultimo esame. E cambia il mondo.

Una bella estate, tutto sommato. Forse niente di particolare, ma vivere a 20 Km dal mare mi ha permesso di andarci ogni domenica.

Le vacanze me le hanno date a settembre, ma il tempo ha tenuto.

A settembre comincia il crescendo di soddisfazioni.
La tremendazza comincia la scuola elementare. E va tutto bene, ma così bene da non poterci credere. I suoi 3 anni di asilo sono stati ottimi e la cosa continua. Delle maestre che danno il meglio, i compagni che in gran parte sono gli stessi e con cui si trova bene da anni. Per niente scontato e una gioia quotidiana.

Più avanti una notizia triste e annunciata. Un'azienda in cui ho fatto il tirocinio tempo fa e in cui ho trovato delle persone splendide chiude i battenti. Si sapeva da tempo e prima o poi doveva succedere. E' successo. E giustamente le persone con cui sono in contatto hanno ben ragione di scriver male di questo 2015.
A me dispiacque molto, anni fa, quando non mi assunsero. Non era in programma. Ma oggi vedo che ho evitato di fare la stessa fine. Do un gran valore al fatto di aver schivato questa sfiga.

Ottobre mi porta l'immensa gioia della laurea, di un voto incredibilmente superiore alle mie aspettative, del poterlo condividere con delle persone speciali che non vedevo da tanto.

Poi, qualche giorno fa, la "nuova" auto. Una soddisfazione, un piacere di quelli che ogni tanto ci vogliono.

E quante cose ci stiamo godendo in questi giorni.
Ieri sono tornato sui pattini dopo 30 anni. Ci avevo portato la tremendazza e l'ultima volta che l'avevo accompagnata me ne era venuta voglia. E poi lei me l'ha chiesto. Nei primi minuti ho ritrovato l'equilibrio, poi sono andato un pochino più sciolto. Non me l'aspettavo, un'ora intera senza neanche una culata per terra.

Sto cercando di costruirmi un 2016 migliore. Ho progetti grossi, lo sapete, e sto cercando la strada. Ci sto provando.

Un incoraggiamento a chi ha spalato letame quest'anno. Rimbocchiamoci le maniche e il prossimo sarà migliore.

martedì 29 dicembre 2015

Come nasce un violino - ultimo capitolo

Ci siamo quasi, o almeno così sembra
il nostro violino in bianco è pronto. Ci mancano solo due fasi: la verniciatura e la montatura.
La gran parte del lavoro è fatta, ma perché il nostro strumento possa cominciare a vivere manca ancora tanto tempo.
C'è voluto più o meno un mese per costruire il violino in bianco, ora ce ne vorrà un altro per verniciarlo.
Prima di tutto: con cosa verniciamo uno strumento ad arco? Non aspettiamoci che il ferramenta o il colorificio sotto casa possano fornirci quello che ci serve.
No, la vernice non si vende. Ogni liutaio deve produrla da sé. E ogni liutaio ha le sue ricette. C'è chi non inventa nulla di nuovo ed utilizza quello che ha imparato dai maestri, c'è chi invece dedica il tempo a sperimentare e poi custodisce gelosamente le ricette che ha provato.
Non si tratta di vernici sintetiche, come quelle usate dai carrozzieri. Di solito si sciolgono delle resine in alcool, o in olio, come si faceva secoli fa.
La vernice non dà potenza sonora al violino, gliela toglie. Ma è necessaria per proteggere il legno. Si cerca di appesantirlo il meno possibile, con una ricetta che lasci il legno libero di vibrare e ne esalti allo stesso tempo l'estetica.
Prima di tutto dobbiamo staccare la tastiera dal manico. L'abbiamo incollata inizialmente perché era necessaria per poter sagomare il manico e per poterlo poi posizionare correttamente, ora va tolta per permetterci di raggiungere col pennello la parte superiore della tavola.
La tastiera non verrà verniciata. Sarebbe inutile, visto che lo sfregamento delle corde toglierebbe subito tutta la vernice. Anche il manico vedrà solo qualche mano di trasparente, si evita di usare la vernice colorata in questa zona, dove il sudore della mano la porterebbe via.

http://www.claudiorampini.com/
Non procederemo subito con la vernice colorata. Macchieremmo tutto. In diversi punti, infatti, il legno si presenta con la venatura "di testa", ed è pronto ad assorbire molta vernice, troppa. In altri, invece, si presenta con la venatura "di fianco". Il risultato sarebbe quello di avere una verniciatura non uniforme.
Dovremo quindi procedere per gradi. Applicheremo innanzitutto un isolante, che possa turare i pori del legno, perché la vernice non venga poi assorbita, quindi qualche mano di vernice trasparente.

http://www.infoviolin.com/
poi passeremo ad applicare la vernice colorata.

https://sites.google.com/site/liuteriacorazzol/strumenti
Infine ancora qualche mano di vernice trasparente, in modo che quella colorata resti protetta e il sudore non la porti via. Queste ultime mani si danno anche sul manico.

http://img.class.posot.it/
In tutto abbiamo dato circa 20-30 mani. In media una mano al giorno. Le prime asciugano in pochi minuti, le ultime richiedono anche un paio di giorni. Il nostro strumento, pronto in bianco, è rimasto in bottega, appeso ad asciugare, per un altro mese.
Ed ora possiamo incollare di nuovo la tastiera e poi passare alla montatura. 
La montatura è l'insieme delle parti mobili, che non vengono incollate allo strumento. Cominciamo dai piroli. Sono le piccole chiavi che useremo per accordare. Sono di forma conica, così come i buchi che ci sono nella testa, i piroli e i loro fori devono adattarsi perfettamente, così che quando accorderemo potremo girare il pirolo ed incastrarlo nella posizione desiderata, senza che la tensione della corda lo faccia muovere.
Per fare questo useremo due attrezzi: l'alesatore (il maschio), che darà al foro la forma conica e il temperapiroli (la femmina) che darà la stessa forma al pirolo. Questi due attrezzi vengono di solito acquistati insieme, devono avere la stessa conicità e il temperapiroli deve essere regolato con l'alesatore.
http://www.infoviolin.com/
http://www.infoviolin.com/
I piroli vengono poi segati alla lunghezza giusta e forati per accogliere la corda.
Ancora un lavoro di precisione: l'anima. Non esiste un solo passo che sia facile in tutta la costruzione, ma ci sono delle fasi che fanno davvero ammattire.

http://www.infoviolin.com
L'anima è quel bastoncino di abete che si vede in questa foto all'interno della cassa. Serve, insieme alla catena, a sostenere il peso delle corde.
Le corde esercitano su una tavola di violino, che ha uno spessore di circa 3 mm, una pressione di circa 10 Kg. Per aiutare la tavola in questo difficile lavoro ci sono una trave e un pilastro, appunto la catena e l'anima.
L'anima deve essere incastrata perfettamente all'interno della cassa, in una posizione precisa. Questo significa che deve avere l'esatta forma della tavola e del fondo in quel punto e che deve essere posizionata correttamente. Se si sbaglia, la pressione delle corde potrà causare una crepa sulla tavola.
Si utilizza un ferro curvo per posizionare l'anima nella cassa. Si prova, si tira fuori, si lima finché l'anima non sarà perfettamente incastrata.

http://www.infoviolin.com/
Pratichiamo ora un foro nello zocchetto inferiore. Servirà per il bottone (o il puntale nel violoncello e nel contrabbasso).

http://pad2.whstatic.com/
Al bottone verrà agganciata la cordiera. Solitamente questa parte viene utilizzata così come prodotta in fabbrica.
I piroli, il bottone e la cordiera sono dello stesso legno, ebano, palissandro, bosso o comunque un legno molto duro, che resiste al contatto e allo sfregamento col metallo delle corde.

http://www.tarchiviolins.it/
Bene, ora possiamo sagomare e posizionare il ponticello. I piedini dovranno aderire perfettamente alla tavola per trasmettere al meglio il suono.
http://www.geigenbauonline.com/
Mentre la curvatura superiore dovrà essere adattata in modo da garantire la distanza corretta delle corde dalla tastiera.
Si sagoma poi il ponticello al suo interno.

http://i00.i.aliimg.com/
A questo punto potremo finalmente montare le corde ed accordare il nostro strumento. Mettiamo anche la mentoniera. 
Il nostro violino ha preso vita, è pronto a regalarci infinite emozioni.
Finora ho approfittato di molte immagini pubblicate sul web, ma posso concludere con la foto di un mio strumento.


Spero che questa piccola visita guidata, senza tante pretese, vi sia piaciuta. Grazie a chi ha voluto seguirla.

sabato 26 dicembre 2015

Mission impossible

"Per questa volta è andata, poi, però, non portarla più, non riusciamo più a farla passare."
Queste le parole del caro ragazzo che ha avuto in cura la mia vecchia utilitaria. Pronunciate circa un anno e mezzo fa, quando l'ha accompagnata alla sua ultima revisione.



E... nulla da fare. Lo sapevo, entro la prossima estate avrei dovuto trovare un'altra macchina.
Da allora avevo già rinunciato a prendermi cura della poverina che di lì a poco mi avrebbe lasciato. Le ho garantito il minimo per sopravvivere. Quando le gomme anteriori, una alla volta, hanno detto basta, le ho cambiate mettendocene delle altre di recupero. E il finestrino, caduto nello sportello e ritirato su a fatica, stava in piedi con due mollette. Pagare un'autostrada era diventato complicato.
Il colpo di grazia, poi. Un tamponamento ricevuto mentre ero fermo al semaforo. Fanale dietro distrutto e paraurti rotto.
Vabbè, abbiamo capito, dovrò accompagnarti al tuo ultimo viaggio e sostituirti.

Ma con cosa?
La scelta, da anni, ricadeva sulla più piccola delle utilitarie. Più piccola anche della twingo che stavo per lasciare. La Matiz.
800 cc di cilindrata, meno della 127. I costi di gestione più bassi dell'universo per un'auto che svolgerà degnamente il suo lavoro.
Per me che vado a lavorare con i mezzi pubblici, l'auto serve poco. Ma non posso farne completamente a meno. La spesa il fine settimana, qualche gita al mare, le vacanze, occasionalmente anche per andare a lavorare quando, come è successo, mi tocca andare per un po' in un posto non servito dagli autobus.
L'uso dell'auto è così limitato che anche l'assicurazione la pago in base ai km percorsi, così che la macchina monta un gps per misurare le percorrenze.

Tenendo conto che siamo solo in tre, e non proprio dei giganti, un'utilitaria piccola non ci scontenterà. Si accettano anche alternative, purché dello stesso livello, che siano facili da mantenere.
Ovviamente, visto l'uso che si farà di questa nuova auto, e il poco contante disponibile, non è possibile né necessario pensare a una macchina nuova.
Non volevo però nemmeno una macchina troppo vecchia. Sia perché i costi di manutenzione poi lievitano, sia perché volevo qualche accessorio più moderno, che so, per esempio il servosterzo, mai avuto finora, o gli airbag. Magari una 5 porte, così la tremendazza possa uscire senza abbattere i sedili... Insomma, la Matiz era ciò che faceva al caso nostro.

Cominciamo a consultare le offerte in zona... ma non saranno un po' esagerati questi prezzi? In effetti facendo un piccolo viaggio si riesce a spendere un terzo in meno.
E così, stando dietro per un po' alle offerte, troviamo a Roma questo gioiellino.




Nota bene: XL in fondo alla targa rappresenta la taglia dell'auto.
Bella, convince. Piccolo problema. Si trova a Roma. 360 km di distanza.

Parte qui la mission impossible.
Primo obiettivo: visto che è necessario fare un viaggio per trovare l'occasione giusta, bisogna andare a vederne più di una. Questa convince, è la prima da vedere, ma se ci fosse qualcosa che non va e decidessi di non prenderla, tanto vale fare un giro completo e cercare di concludere un affare. Mi attacco al telefono con Roma e dintorni, facendo il giro di tutti gli annunci e sganasciandomi dalle risate per il forte accento di chi mi risponde dall'altra parte.

- 'a distribbuzzione stà 'bbene, a frizzione se fa quanno slitta...
- c'ha solo quarche graffio de parcheggio...
- in tarda mattinata che fino alle 11 'sto mbegnato. Che qui lavoremo preshto, sa?

Il gioiellino ce l'ha un rivenditore. E sabato a ora di chiusura ce l'ha ancora. Se arrivo lunedì mattina appena apre faccio in modo da trovarla. Per telefono mi sono sembrate persone serie, è difficile capirlo, ma speriamo bene.
E poi durante il fine settimana ci penso. Questi sono rivenditori, scrivono "acquistiamo ogni tipo di veicolo", ma non è che invece di dovermi occupare io di rottamare la twingo, riesco pure a dargliela, almeno perché possano prenderne i pezzi buoni? Magari spuntando pure uno sconticino, oltre a evitare il problema e la spesa della demolizione?
Inizialmente non speravo di poter andare a Roma con un'auto e tornare con un'altra, facendo subito tutti i documenti, e se invece ci riuscissi?

Secondo passo della mission impossible. Riuscire a partire con un'auto e tornare con un'altra.
Prenoto un posto per dormire, in modo da avere due giorni di tempo, lunedì e martedì. Mercoledì non posso, ho un impegno di lavoro.

Partenza alle 4.20 di mattina. Sono un guidatore della domenica, lento, mi fermo mille volte per fare poca strada, mi prendo i miei tempi. Arrivo a destinazione per l'orario di apertura.
Il gioiellino si rivela tale. Ha giusto l'età della tremendazza, pochi giorni di differenza. Revisionata ed efficiente.
Certo, spartana. Per alcuni aspetti mi è sembrato di tornare alla 127 e alla A112. Specchietti laterali manuali, rumorosa, niente pulsantino sulla chiave per aprire. Il bagagliaio, poi, è davvero minuscolo.
Ma sì, chi se ne frega, sono piccolezze. I vantaggi sono molti di più. Airbag, servosterzo, alla fine troveremo pure qualche dotazione in più che non avevamo sulla precedente, come i fendinebbia, il climatizzatore e... udite udite, la radio. Sull'altra macchina non ce l'avevo nemmeno messa!
Ah, dettaglio non da poco, l'auto è a gpl. Caro benzina, non mi freghi!

Deciso, la voglio. La trattativa per convincerli a prendersi la twingo e farmi un piccolo sconto dura poco, inizialmente non pensano nemmeno di prenderla, poi mi offrono 100 euro. Affare fatto.

Terzo passo della mission impossible. Avere tutte le carte in regola per portarla a casa. Questa è facile, ci pensano loro. Il rivenditore e l'agenzia da cui si serve. I documenti provvisori ci sono.
Telefono all'assicurazione per trasferire la polizza da una macchina all'altra. Ok, tempi tecnici e si fa anche quello.

Quarto passo della mission impossible. Questo sembra davvero impossible. Trasferire il gps da un'auto all'altra. Deve farlo un installatore convenzionato, che deve a sua volta essere autorizzato dalla casa produttrice a fare ogni operazione. Mi danno l'elenco degli installatori. Mentre sono al telefono il rivenditore mi dice "questo lo conosco, vieni, ti accompagno". Mi ci porta e gli chiede il favore di farmi il lavoro subito. Staccano il dispositivo dalla vecchia auto.
- dov'era nascosto? Non l'ho mai trovato.
- stava lì, n'artro po' e ce sbattevi 'a capoccia

Montarlo sulla nuova? Appena ci danno l'ok dalla casa madre possiamo procedere. Prima deve arrivare l'assicurazione. Invio i documenti per fare il passaggio. Ora di pranzo.
Di fianco al rivenditore fanno una carbonara che fa sentire davvero di essere a Roma. Memorabile.

"I documenti li abbiamo, tutto a posto, ma abbiamo il sistema informatico bloccato".
Io i programmatori li prenderei a pedate. Sono una brutta razza. Ma mi bloccate l'intera compagnia di assicurazioni in tutta Italia per un pomeriggio? Chissà che hanno combinato, tecnicamente si chiama "disaster recovery".

Gliela facciamo. L'auto sarà assicurata a partire dalle 19. Ma intanto non arriva l'autorizzazione per rimontare il gps. "Quella ci mette da uno a due giorni". Ma siete scemi? Come da uno a due giorni? Io DEVO ripartire domani.
Vado a dormire. Vediamo domani che succede.
E mentre vado in albergo... BANG. Mi tamponano. Di nuovo, e questa volta con la macchina nuova! E vabbè, ma allora ditelo, no? Stavolta nessun danno, meno male!

Il giorno dopo, nulla di fatto. Pare che io debba tornare a Roma quando arriva l'autorizzazione a montare il gps. Una seccatura e un costo, era andato tutto bene finora!
Pazienza, però intanto posso circolare.
Parto. Faccio mezzo Grande Raccordo Anulare e mi richiamano. L'autorizzazione è arrivata. Evvai!

Torno indietro. Si fa tutto e posso ripartire. Missione compiuta!

Con i miei tempi arrivo a casa. Moglie e figlia scendono a vedere il giocattolo nuovo. La tremendazza si accomoda al posto di guida. Non sarà un po' presto?

venerdì 25 dicembre 2015

Buon Natale

Buon Natale a tutti.
Non "Auguri", "buone feste", "happy holidays". Buon Natale.
Del politicamente corretto me ne frego.
Voglio che sia l'occasione per dire basta a tutte le stronzate.
Basta con il togliere i crocifissi e i presepi. E pure col negare i canti di Natale.
Al mondo ci sono tante religioni, credenze e non credenze. E finché non si insulta il prossimo, non si pensa di imporgli la nostra opinione e non si prendono le armi in mano c'è posto per tutti. Anche (e dico anche, e non solo) per i cristiani.
Se ti auguro buon Natale, e per te non è festa, ti importa davvero? Almeno ti starò augurando una buona giornata.
Se ti auguro buon Natale, e tu stai festeggiando un altro Dio, fammi il tuo augurio e sarà benvenuto.

Non sono un baciapile, nemmeno un po'. Anzi, a dirla tutta, non vado a messa nemmeno a Natale. Perché a Dio ci credo, ma a tutto quello che l'uomo si è inventato nei secoli spacciandolo per volontà divina no. Per me quasi tutto il clero può andare a lavorare invece di ingrassare alle nostre spalle.

Ma il crocifisso a scuola non si toglie. C'è stato finora e ci può stare ancora. Per qualcuno ha un significato, per qualcun altro no. Toglierlo è una stronzata. Non offende nessuno.
Io, personalmente, non trovo che la scelta che ha fatto la Francia anni fa, di vietare ogni simbolo religioso nelle scuole sia un esempio da seguire. Non abbiamo bisogno di importare pure le stronzate altrui. E questo vale per ogni religione. Se il tuo senso del pudore ti porta a coprirti i capelli, beh, fallo, non deve essere un problema. Se ti mascheri anche il viso no, mi spiace, così non sei riconoscibile, non va bene.

Rispettare tutte le religioni, integrarsi, significa mettere insieme al crocifisso anche la stella di David, la mezzaluna ed ogni simbolo di ogni credo rappresentato in classe.
Esistono modi di imporre le religioni, altri invece di dare loro un posto senza fare del male a nessuno.
Quando andavo a scuola, la maestra ci faceva fare la preghiera ogni mattina. Ecco, questo anche no!
Vuoi farla tu? Fa pure, per me la preghiera non significa nulla, non costringermi a farla.
Se appendi un crocifisso al muro, al massimo potrò vederlo come un quadretto che non mi piace, non come un'offesa. Ma secondo me chi ha deciso di toglierlo lo ha fatto per paura, non per rispetto, per paura di essere preso di mira da qualche terrorista.

Il presepe, a casa mia si fa. Che significato vogliamo dargli davvero? Non lo so, secondo me una piccola attività manuale da fare in casa quando fuori fa freddo e piove, e la scuola è chiusa, fa solo bene.
E non mi venite a dire "allora non si può fare qualcos'altro?", vi rispondo "anche", ci siamo inventati di tutto, finora. E c'è posto anche per il presepe, non ha mai dato fastidio a nessuno.
Ci siamo divertiti a farlo insieme. Piccolino, come lo spazio che abbiamo in casa. La tremendazza voleva farlo, ci teneva. Ecco qui la nostra piccola opera d'arte.
Ve piace 'o presepe? Diceva Eduardo.


Per l'albero ci attrezzeremo. E' che metterlo via per gli altri 11 mesi richiede spazio, e ci manca proprio.
Da me c'è anche un piccolo crocifisso. Non parla come quello di Don Camillo, ma ha il suo posticino. Non è che sia lì per una ragione particolare, è un ricordo di una cara zia che non c'è più.


Secondo me festeggiare il Natale non è un atto di fede. E' una necessità.
L'inverno, il freddo, e soprattutto il buio sono difficili da sopportare. Io lotto ogni inverno con la depressione. E le feste aiutano a superare questo periodo. Le lucine illuminano le strade e rendono più sopportabile il buio.
Che Gesù non sia nato il 25 dicembre e che i primi cristiani abbiano rubato la festa del dio sole ai pagani lo insegnano a scuola. Chi non segue la lezione si arrangi.
Una volta l'anno iniziava con il giorno più corto, che coincideva a sua volta con la festa del Natale. Poi, tra errori degli astronomi e il fenomeno di precessione degli equinozi, siamo arrivati ad avere tre date diverse.
Resta il fatto che è una festa di cui abbiamo bisogno. E se Gesù è nato il 35 Agosto (chi lo sa?), chissenefrega. Ci siamo inventati una bella tradizione. Feste, regali, canti, lucine, attività manuale, vacanze scolastiche, riunioni con familiari e amici, pranzi e cene, viaggi, tutto va bene per affrontare un periodo che, altrimenti, sarebbe molto duro.

E mo' vogliamo smantellare tutto questo perché c'è chi ci crede e chi no? Uei, ma chissenefrega! Non c'è mica bisogno di credere che il 25 dicembre sia sceso Dio sulla Terra per seguire una tradizione che ci fa gioire in un periodo così triste.
Per cantare "adeste fideles" e "tu scendi dalle stelle" non c'è bisogno di vederli come preghiere.

Io non ho imposto il battesimo a mia figlia, ritengo che non si debba fare. Sarà lei a chiederlo quando, e soprattutto SE vorrà. Ma a scuola ho scelto di farle fare religione. Abbiamo conosciuto la sua insegnante, che invece di indottrinare, insegna LE religioni, che sa trasmettere senza imporre.
Si chiama cultura, non buttiamola nel cesso. Serve a integrarsi, a conoscersi, a non odiarsi.
Io di molte religioni conosco poco più di zero, e avere l'occasione di imparare non sarebbe male.

Trovo che questa scuola abbia fatto, come al solito, le scelte migliori. Ha formato un coro che sta facendo la sua tournee di canti natalizi in giro per la zona. Nessun obbligo, ci va chi vuole, subito dopo la scuola. Aule e insegnanti a disposizione, maestri pazienti e bambini che si divertono. Chi mi tocca questa cosa lo prendo a badilate sui denti.

Buon Natale a tutti.