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lunedì 13 luglio 2015

11 Luglio 1982

E' una data che mi rimane impressa, anche dopo tanti anni.
Siamo all'inizio degli anni 80. Rispetto ad oggi un'epoca spensierata. O forse perché io allora avevo otto anni. Nemmeno compiuti. E quei piccoli ricordi ti restano dentro.

Una serata davanti alla televisione. Come milioni di persone.
E, mi fa piacere ricordarlo, davanti alla televisione in bianco e nero.
La televisione a colori allora era una novità. Non mi ricordo se era già arrivata da noi. Ma quella sera la partita la vedemmo in cucina, sul televisore in bianco e nero.
Qualche giorno prima, al compleanno di mio fratello, la tv grande del salone era accesa su Italia-Brasile. L'esplosione di Paolo Rossi, che rifila tre pappine alla migliore squadra del mondo e, pochi giorni dopo altre due alla grandissima Polonia di Boniek, che farà poi il mazzo alla Francia di Platinì.

Allora nessuno se lo aspettava di vedere questa finale. Beata ingenuità, mentre iniziavano le immagini del collegamento chiesi a mio padre "Andiamo a Madrid a vedere la partita?" Ovviamente non era possibile...

Basterebbe dare un'occhiata all'elenco delle nazioni partecipanti per capire come la Storia sia passata come un carro armato su quegli anni, come quella sera sia distante un'epoca da oggi:
URSS
Cecoslovacchia
Jugoslavia

e soprattutto: quella partita è ricordata come Italia - Germania.
Nooo, Italia - Germania OVEST. C'è una bella differenza. Il muro di Berlino era in piedi e ci sarebbe rimasto ancora per anni.
Allora i migliori giocatori di ogni nazionale militavano nel campionato italiano, o ci sarebbero arrivati a partire dall'anno successivo: Platinì, Maradona, Boniek, Zico, Falcao, Socrates, Junior e tanti altri, oltre, ovviamente, a tutta la nazionale italiana.

Non che io sia mai stato un grande appassionato di calcio e, meno ancora, un intenditore. Ma in quel momento, in quell'epoca, il calcio era ancora qualcosa che univa il Paese. E il presidente più amato della storia della repubblica ancora di più. Insieme all'allenatore più amato. I fumatori di pipa più famosi d'Italia.


Nando Martellini dà il benvenuto dal Santiago Bernabeu di Madrid ed io e mio padre iniziamo a seguire la partita.
Per qualche motivo sono considerato un portafortuna. Metà del primo tempo, mi allontano qualche minuto. Bestemmione di mio padre.
Che è successo? Chiedo. "Cabrini ha sbagliato il rigore". Non mi sembrò grave allora. Paperino ne aveva sbagliati 3 in un giorno solo mentre si allenava per i mondiali.
Il primo tempo finisce zero a zero. Antognoni si era beccato una squalifica e non aveva potuto giocare la finale, poi Gentile si era infortunato dopo pochi minuti e Bearzot l'aveva sostituito con Altobelli. Scelta azzeccata, visto che poi sarà lui a segnare il terzo gol.

Pablito regala l'ultima chicca aprendo le marcature nel secondo tempo, poi Marco Tardelli mette la firma con il due a zero. E' lì che la partita è davvero nostra, quando l'urlo simbolo del mondiale attraversa il campo.


E' lì che Pertini si alza e dice "non ci prendono più". Poi ci pensa "Spillo" Altobelli a mettere a segno il 3-0. "Ormai la partita è vinta" penso, e mi allontano ancora un attimo.
Secondo bestemmione di mio padre. 
"Ci hanno fatto gol".
"Che importa, ormai abbiamo vinto!"
E poi l'urlo "Campioni del mondo". Tre volte. 
La prima per due generazioni di Italiani, la prima della storia della repubblica, la prima in televisione.
Capitano Zoff che alza la coppa diventerà un'altra immagine simbolo. Guttuso ne farà un quadro e poi arriverà anche il francobollo. Chissà dov'è finito, ce l'avevo.



Pochi minuti dopo ci affacciamo dal balcone e vediamo le macchine sfrecciare con bandiere e clacson. 
"Andiamo anche noi?"  
"No, meglio di no". Forse perché effettivamente correvano come matti e non sembrava così sicuro mettercisi in mezzo.

Quella vittoria è rimasta nel cuore a tutta l'Italia per tanti anni ancora. Anche più della successiva. Il perché non lo so, e non importa.
Forse quella è stata l'ultima volta che l'Italia (inteso come il Paese, non la nazionale di calcio) ha vinto. O forse mi è piaciuto crederlo perché avevo otto anni, e a quell'età il mondo è buono.

domenica 5 aprile 2015

Buona Pasqua



Buona Pasqua a tutti i miei lettori!
Si dice che quando hai figli piccoli non hai tempo e modo di vedere un telegiornale, e per te c'è la pace nel mondo. E in parte è così.
Io, poi, sono sempre stato uno che vive nel suo mondo, sempre poco informato, poco attento a tutte le notizie.
E spesso mi ritrovo a conoscere le notizie importanti con tanto ritardo, altre per nulla. E finora di attualità non ne ho parlato qui.

Questa Pasqua, però, è tutto il contrario di un giorno di pace.
Centocinquanta studenti uccisi pochi giorni fa. Non mi sembra che abbiano scosso gli animi della gente come è stato per Charlie Hebdo.
Perché il Kenya è un paese lontano, e quello che è lontano lo percepiamo come meno "nostro" rispetto a un massacro avvenuto nel bel mezzo dell'Europa. Non lo viviamo come una minaccia e questo ci basta. E io, col mio vivere sempre fuori dal mondo, non faccio eccezione.

I fanatismi sono sempre un pericolo. Quelli religiosi più degli altri. E' un fatto che i cristiani abbiano fatto guerre e vittime nei secoli passati. Ma non è quello che succede oggi.
La minaccia dei nostri giorni è il terrorismo islamico. Sta diventando sempre più forte. E in Europa si appoggia tanto sulla tolleranza.
Qui esiste la libertà di religione. Ma dove può arrivare questa libertà? La libertà di pensiero non deve aver limiti? Ne siamo davvero sicuri?
Sarà che io non sono mai stato una persona tollerante, ma ora mi sono veramente rotto le scatole. Non lo so se l'Islam predica davvero la conversione degli altri attraverso le armi. Già quelli che pretendono di convertire qualcuno al proprio modo di pensare, qualunque sia mi danno fastidio.

Io non lascerei nemmeno liberi i Testimoni di Geova di andare a rompere le palle a casa della gente e per strada, già quelli li arresterei, figurarsi poi, questi che pretendono di imporre le loro idiozie agli altri.

La donna inferiore all'uomo? Dritto filato in manicomio, senza passare dal via, altro che libertà di pensiero!
Non ti piace quel che scrive il giornale? Criticalo, non comprarlo, scrivine un altro tuo, ci sono molti modi di esprimere disapprovazione.

Ammazzare i terroristi si sta rivelando una misura inefficace. Sono così convinti di andare in paradiso facendosi uccidere o saltando in aria in un attentato kamikaze, che per loro è solo un bene.
E se provassimo a combatterli sul loro terreno?
Una volta uccisi i terroristi islamici, perché non seppellirli sotto i porcili? Per loro il maiale è quanto di più schifoso esista. Passare l'eternità sotto un porcile, diventando tutt'uno col fango dove i porci razzolano può farli convincere che non li aspetta nessun paradiso, ma lo schifo eterno.
E quelli che vengono presi vivi? Bene, stessa sorte, a morire di stenti incatenati nei porcili, altro che carcere, troppo comodo.
Funzionerà?

Io so solo una cosa. La tolleranza non ha funzionato. Un conto è non imporre le proprie idee agli altri, un altro è accettare che ognuno faccia i suoi comodi.


Questo post inaugura una sezione chiamata "impopolare". Sono i temi scottanti, quelli su cui si può discutere, litigare, su cui le opinioni possono essere fortemente contrastanti.
Non mi sono mai esposto tanto con delle opinioni così forti. Lo faccio davvero poco, ma ogni tanto ci vuole.
Buona Pasqua a tutti.

domenica 23 novembre 2014

23 Novembre 1980

Quando la Storia ti passa accanto

Matera, domenica 23 Novembre 1980, ore 19:34.
Una domenica come tante, in una tranquilla città dell'Italia meridionale, all'inizio degli anni '80.
Avevo 6 anni.
E quella sera, che io ricordi, c'erano dei parenti da noi. Erano visite frequenti allora, mia sorella aveva un anno e quando ci sono dei bambini piccoli in casa tutti vengono a vederli.
Io e mio fratello eravamo nella nostra stanza.

Ad un certo punto succede qualcosa che non capisco. E che capirò dopo.
Si esce di casa, tutti. Mi fanno entrare nella 127 della nonna.
"Che bello" pensai "si va a fare un giro in macchina".
Facciamo poche centinaia di metri, arriviamo al Pino. Un traffico incredibile. Giriamo attorno alla rotatoria e torniamo indietro.
Continuo a non capirci nulla. Ma che è successo?

E' tutto quello che ricordo di quel giorno. Mi hanno raccontato che quella notte dormimmo in roulotte. Non ricordavo nemmeno questo.
Quella sera la Storia, quella con la S maiuscola, ci era passata molto vicino. E per nostra fortuna non ci aveva toccato. Ma questa fortuna a tanti altri non è toccata.

Il Terremoto.
Non "un" terremoto, "IL" Terremoto. Il terremoto dell'80. Il terremoto dell'Irpinia. Il peggior terremoto dal dopoguerra in Italia.
6,9 gradi Richter. 2914 vittime (leggasi duemilanovecentoquattordici). Interi paesi rasi al suolo. Da quella notte 280.000 persone sono rimaste senza casa, alcune per il resto della loro vita.



Matera è abbastanza lontana dall'epicentro di questo sisma, e se l'è cavata quasi senza danni.
Quasi.
In via Roma i cornicioni caddero. Una casa a pochi passi dalla nostra crollò internamente. La vidi per anni circondata da una rete, inagibile.

A Matera ce la siamo cavata con un grande spavento.
Ma un grande spavento è dire poco.

Queste sono le immagini che mi sono passate sotto gli occhi allora. Tutte le immagini di questo post sono prese dal web.




La paura per me è cominciata allora. Dopo aver visto queste immagini. Quando ho capito cosa era successo davvero. Quando per me poteva dirsi tutto finito.
"Hanno trovato una bambina abbracciata alla nonna sotto le macerie". Disse qualche giorno dopo mio nonno. Ho immaginato quella scena e non l'ho dimenticata più.
Perché a 6 anni pensi ancora che i tuoi genitori, i tuoi nonni, possano proteggerti da tutto. E invece così scopri che anche loro possono essere impotenti.

Per la paura non potevo dormire.
- Non si possono fare le case antisismiche?
- Anche questa lo è. Non vedi che ha resistito?
- E la casa nuova che stanno costruendo?

Ma mio padre era laureato in geologia. E sapeva quel che faceva, quando scelse di comprare casa alla base della collina di Matera, invece che in alto. Nella zona più solida. E infatti in quella zona anche con i terremoti successivi, di intensità molto minore, non è successo nulla.



In questa occasione la disorganizzazione nei soccorsi rese il bilancio più grave di quello che già era. Per giorni non si capì quanto era grave la situazione e quali erano le zone più colpite, anche a causa dell'interruzione di elettricità e collegamenti telefonici. La protezione civile non c'era, nacque proprio a seguito di questo evento.

E' raro che io parli di mio padre, e rarissimo che ne parli bene. Ma questa è l'occasione per farlo. Aveva modo di dare una mano e lo fece. Possedere una macchina col gancio di traino e saper trainare le roulottes era un aiuto prezioso. E fu precisamente quanto andò a fare in quei giorni (a Muro Lucano, mi raccontano) Anche la nostra roulotte, per un piccolo periodo, ha offerto rifugio a qualcuno.

Da allora di terremoti, molto più piccoli, ne ho visti diversi. Nel 1990, a scuola, con la scena divertente della professoressa barese terrorizzata che urla "San Nicola, i figli miei" e mi manda a vedere come stanno.
Poi nel '91, e ancora altri in diverse parti d'Italia. Fino a 2 anni fa, quando hanno fatto uscire mia figlia dall'asilo e i miei zii mi hanno chiamato preoccupati.
Ora so cosa si deve fare in caso di terremoto. Già alle scuole medie, anche se non esistevano ancora le esercitazioni e i piani di evacuazione, ce lo spiegavano.
"Non correte nei corridoi, sono stretti e vi ritrovereste intrappolati". "Siete molto più al sicuro se vi mettete sotto i banchi, o sotto la cattedra, o, meglio ancora, sotto il pianoforte (perché, al conservatorio, avevamo i pianoforti in classe)".
Ora, quando c'è un terremoto, non mi preoccupo nemmeno, aspetto prima di vedere quanto è forte.

Ma la paura di quelle immagini che ho visto allora, quella no, lo sto capendo dopo tanto tempo, quella non passerà mai.

domenica 19 ottobre 2014

Capitale europea della cultura

17 Ottobre 2019. Il titolo di Capitale europea della cultura 2019 va alla città di... Matera




Auguri Matera
Auguri a tutti quelli che ci hanno creduto e che ci credono ancora, che Matera possa diventare una città migliore.
Auguri a tutti quelli che hanno amato e che amano questa città meravigliosa.
Auguri a tutti quelli che pensano, illudendosi, che ora che abbiamo vinto, Matera uscirà dall'isolamento, che avrà quella ferrovia che attendiamo da un secolo, 23 Km cominciati negli anni settanta e mai terminati.
Auguri ai panettieri, che troppo tardi si sono svegliati e che lasciano che il pane di Matera, quello originale, l'unico, sia conosciuto come pane di Altamura.

Ti ho sempre amata, Matera.
Ti ho dedicato anni di vita, cercando di offrirti il meglio che avevo.
Ma non hai voluto.
Quando mi sono allontanato e l'ho fatto per tornare e darti il massimo, non l'hai capito e non mi hai più voluto.
Quando ti ho chiesto di non lasciarmi mi hai detto di andare via, che per me non c'era più posto.
Quando sono tornato a dirti addio non mi hai parlato.

Ora mi chiedi perché non passo più a trovarti. Non posso, mi hai fatto troppo male.
Ma non ho mai smesso di amarti.
Auguri Matera. Sii felice.

domenica 5 ottobre 2014

La strage di Viareggio

Post sconsigliato alle persone troppo sensibili, da leggere con cautela


29 Giugno 2009. Ore 23.48

Un treno merci carico di GPL sta attraversando l'Italia. Partito dal Piemonte per andare in Campania, segue la via litoranea col suo pericoloso carico. Un carico posto su un convoglio che non avrebbe dovuto circolare.
Mentre il treno sta uscendo dalla stazione di Viareggio un asse del primo carro cisterna si rompe.

Nel bel mezzo della città. A 800 metri dalla stazione.
Ancora una manciata di chilometri e questa tragedia sarebbe successa in aperta campagna. No, sfiga maiala, proprio nel bel mezzo della città.

Il treno deraglia, i carri carichi di gas si ribaltano. I macchinisti, eroicamente, frenano il treno, saltano giù dal convoglio, scavalcano un muro e corrono a dare l'allarme, nella sede della croce verde.
Intanto succede il disastro. Una scintilla e il gas esplode.

Come una bomba in mezzo alla città. I muri crollano e tutto brucia. Per colmo di sfortuna bruciano anche le ambulanze della croce verde che, vicinissime al luogo del disastro, non potranno portare soccorso a nessuno.

In questa mappa ho provato a tracciare, approssimativamente, la zona interessata dalla tragedia.




Le storie legate a quella notte sono terrificanti. Moriranno in tutto 32 persone, tra cui diversi bambini.
Quale genitore può immaginare, mettendo a letto il proprio figlio, al sicuro nella propria casa, che il bambino non vedrà un altro giorno?

Un uomo passava in moto, di lui verrà ritrovato solo il casco.

Un ragazzo di 16 anni, uscito vivo dalla zona dell'incendio, si butta tra le fiamme per cercare di salvare la sorellina. Moriranno entrambi.

Famiglie intere vengono spazzate via in una sola notte. Anzi, dire in una sola notte sarebbe troppo poco. Alcune delle vittime hanno lottato per mesi prima di esalare l'ultimo respiro.

Quando tutto questo è successo io a Viareggio non c'ero mai stato. Io e mia moglie ci svegliammo con questa notizia terrificante al telegiornale. Una notizia, purtroppo, come molte, molte altre. Una notizia di quelle che segui per qualche giorno, poi i riflettori si spengono e si dimentica.

Strana coincidenza, poi, due anni dopo, ho conosciuto da vicino questi luoghi. La mappa in alto inquadra anche, un po' fuori dal cerchio rosso, la sede dell'azienda per cui lavoro. Per due anni e mezzo ho viaggiato da Lucca a Viareggio, in treno, passando ogni giorno esattamente nel punto dove questa strage si è consumata.
Due anni dopo non sarebbe stato possibile riconoscere il luogo della tragedia. Alcune case sono state abbattute perché pericolanti, così come la passerella pedonale. La linea ferroviaria, che collega Genova a Roma, è stata ripristinata. Ci sono state però un paio di cose che ho notato, non subito, ma dopo un po' di tempo, passandoci tutti i giorni. E quando le ho notate mi si è gelato il sangue. Mi spiace, ma non ho le foto da mostrare.

Una è un cartello "VIAREGGIO". Uno di quei cartelli che indicano in che stazione ci si trova, in modo da sapere quando si deve scendere. Il cartello è bruciato. Chissà quante cose simili vediamo tutti i giorni. "I soliti vandali", ho pensato la prima volta. Poi ho fatto mente locale, ho inquadrato la zona e, no, nessun vandalismo, quel cartello bruciato è l'ultimo testimone di quella tragica notte.

L'altra era una casa. "Che strano", ho pensato. Un pezzo di edificio così sottile. Come una stranezza di qualche architetto. Poi, distante, un'altra parte, come se continuasse. "E' come se a questo edificio mancasse un pezzo".
No, non è "come se". In mezzo c'era proprio un altro pezzo. E in quel pezzo ci vivevano le persone che hanno vissuto quell'incubo. Un contatto con la realtà pari a una mazzata in fronte.

Da quel 29 giugno sono passati più di cinque anni. E intanto i riflettori si sono spenti. Ma non a Viareggio. Per la città la ferita è ancora aperta.
Ho avuto modo di conoscere molti viareggini. Alcuni molto bene. E posso affermare una cosa, senza paura di essere smentito. Che i viareggini hanno un cuore immenso.

Proviamo a fare due conti: Viareggio fa sessantamila abitanti d'inverno, esclusi quindi i villeggianti.
Le vittime sono state 32, di cui 22 italiani e dieci stranieri. Questo vuol dire che probabilmente una gran parte dei viareggini non conosceva le vittime, né aveva nessuno coinvolto in qualche modo tra i propri cari.
Cosa potremmo aspettarci? Che i cittadini partecipino magari all'inizio, che ai funerali ci siano anche persone estranee, ma non tantissime, che vogliano far sentire la propria presenza, la propria vicinanza.

A Viareggio possiamo aspettarci questo





Rubo qualche trafiletto da  wikipedia:

"Il 29 luglio 2009, ad un mese della strage, si tenne la prima commemorazione: una marcia silenziosa di circa 15.000 persone."

"Il 29 giugno 2010 è stato il primo anniversario dell'incidente ferroviario. [...] Quasi ventimila persone, con fiaccole e messaggi di solidarietà, hanno sfilato per i cinque chilometri di percorso..."

In questi due anni e mezzo ho visto tanti striscioni, o anche lenzuola attaccate a qualche cancello. Nessuna udienza è passata inosservata.

Sì, perché c'è un processo che dura da più di cinque anni, 33 imputati e nessun condannato, finora. Perché dove è stato costruito questo maledetto asse? Quando? Chi aveva la responsabilità di controllarlo? Chi quella di farlo circolare sui binari italiani?

Per chi vuole cercare queste risposte le fonti non mancheranno.
Al processo, il presidente del consiglio Letta decide che lo Stato non si costituirà come parte civile. Il presidente dell'associazione dei familiari delle vittime scrive una lettera straziante a Letta (al link la lettera e la risposta dell'ex presidente del consiglio).
Ricordo il giorno in cui cercavo di leggere questa lettera sul giornale, al bar a Viareggio. Prendevo il giornale, ne leggevo un pezzo, mi trattenevo dallo scoppiare a piangere, mollavo il giornale dicendo "non ce la faccio", poi riprendevo.

Nel cercare documentazione per scrivere questo post, scopro altre due cose che avrei preferito non vedere mai.
Una è il licenziamento di un ferroviere che aveva accettato di fare da consulente alle famiglie delle vittime. Denunciato dal presidente delle ferrovie e poi licenziato.

L'altra potete leggerla qui:
cinque-anni-fa-la-strage-di-viareggio-gli-imputati-hanno-fatto-tutti-carriera

Non si può, non si deve.
Mai più