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domenica 1 novembre 2015

104

Ed eccoci arrivati al momento tanto atteso.
Condensato in pochi secondi.
Mi avevano detto che sarebbe stata una cosa molto rapida e fredda. No, non è vero, un concentrato di emozioni che non riesco ancora a descrivere.
"Llevate a la Tremendazza". Ma si potrà fare? Non è che mi fanno storie?

Aula magna, 9.45.
Non ci ero mai stato. E scopro che è al primo piano. Si riempie in pochi minuti. Siamo così tanti che ci hanno divisi in 4 gruppi.
Mi accompagnano 4 persone, che vedrete nelle prossime foto. Quelle che ci tenevo ad avere con me più di tutti, che hanno condiviso con me tutto questo percorso, le uniche che lo sapevano dall'inizio, perché quando ho cominciato era un segreto.

Non conosco nessun altro in tutta la sala. Dei corsi a distanza saremo pochissimi, tutti gli altri, si vede subito, sono ragazzi giovani.
Rimane l'ultima grande incognita: il voto.
Non meno di 97, ma probabilmente nemmeno di più. Non è mai stato chiaro il meccanismo scelto per il voto di laurea.
Ci tengo, non mi è indifferente. Perché mi serve per trovare lavoro dall'altra parte del mondo, perché ho fatto davvero tantissimo per arrivarci bene, mettendo da parte dei voti alti ogni volta che ho potuto. Anche se, purtroppo, alla fine non ce la facevo più e ho perso punti.

Il migliore dei professori non c'è. Peccato. Al suo posto un perfetto (per me) sconosciuto. Comincia a chiamare i primi, uno per volta.
Applausi. Tutti applaudono tutti, non me lo aspettavo. Bello così.
Un discreto numero di donne, penso, non male. Ormai il fatto che ci siano poche donne ingegnere è più una questione di scelta, di preferenza, non più un limite imposto alle ragazze volenterose, come un tempo. O almeno voglio crederci.

I voti, ci faccio caso, sono bassi. Ma così bassi nemmeno me li aspettavo. Molti anche sotto il 90, qualcuno sotto l'80. Penso che a me non è andata così male. Poi un 110. E un bell'applauso da tutti, meritato, liberatorio. E poi un 107.

E poi tocca a me. Mi alzo con la Tremendazza per mano e con un'emozione che non immaginavo di provare. I professori fanno un sorrisone nel vederla, nemmeno me lo aspettavo.


Legge tutto. Mi preparo a non restarci male per il voto...
...
...
... con punti CENTO E QUATTRO. E scaraventa il foglio sul tavolo.

Eh? Come? Cosa? 104? Centoquattro?

Parte un applauso infinito. Il più lungo di tutti. Forse perché la piccola è con me. Se lo merita, per tutto l'aiuto che mi ha dato in questi anni.
Vado a firmare e la mano mi trema, mentre la Tremendazza saluta il pubblico che l'applaude.
Torno a posto e la guardo, non ci credo ancora.


Poi si esce dall'aula magna. E cerco un posto dove sedermi perché non mi reggo in piedi. Mi dicono che dopo quel 110 e il 107 il voto più alto è stato il mio, poi mi fanno il conto di tutti.
"Ma come, vi siete messi a fare tutti i conti?" Eh, ci sta, sono soddisfazioni. Non è bello entrare in competizione, ma quando c'è un piccolo momento di gloria è anche bello assaporarlo fino in fondo.
Alzando anche il trofeo.


E ringraziando chi ha condiviso tutto questo con me.


Eccole qui le mie vittorie, tutte insieme. Non credevo che avrei potuto avere così tanto.

lunedì 26 ottobre 2015

tutto è pronto

Ultimo atto.
Lucca, silenziosa, si prepara a 4 giorni di festa. Ad accogliere in maniera degna migliaia di cosplay che sfileranno per questa città regalando gioia e trattandola bene, come hanno fatto in questi anni.
La scuola della tremendazza resterà chiusa per ordinanza comunale. Ci hanno piazzato uno stand giusto davanti, nel prato dove lei va a giocare.

Per Lucca tutto è pronto.
E anche per me.

Sei anni. esattamente l'età di mia figlia. Mi sono iscritto che aveva un mese e mezzo. Mi ha sempre visto studiare.
Quando ho cominciato non sapevo che sarebbe andata così. Cercavo un'alternativa, per lasciare un lavoro che non amavo e un'azienda lager.
Mi sono iscritto il 6 ottobre del 2009. In ditta non ho detto nulla, è (o era) un posto in cui non è visto di buon occhio chi studia. Ignorante il capo, ignoranti vuole i dipendenti.
E, come tutti i miei colleghi, ho cominciato a preparare i primi esami la mattina presto e la sera dopo il lavoro.

Mentre preparo il primo esame mi viene annunciato il licenziamento. Non subito, prima farò tutte le ferie che ho da parte (un mese intero, che continuavo a tenere da parte per poter andare prima o poi in Messico), poi passerò dalla cassa integrazione. Ma alla fine della cassa integrazione verrò licenziato. Del resto non era solo la crisi.
Il vero motivo era la pulizia etnica. Fuori i terroni, dentro i lumbard, una manovra ben studiata, prima le nuove assunzioni, senza avere tanto lavoro, per poi poter dire che non c'è nulla da fare e mandare via me e il collega siciliano.
Non che volessi restarci, per me la cassa integrazione è stata una benedizione. Me ne sarei andato comunque.
E poi mi sono anche vendicato per bene di quei due anni d'inferno. Pochi giorni di ritardo nel pagare il tfr. Denuncia, ispettorato del lavoro. Le mie vendette me le sono sempre prese, pagando io, ovviamente, perché vendicarsi costa.

Il 28 novembre il primo esame. Il giorno prima, il 27, è il mio ultimo giorno di lavoro.
Informatica 1, bello, facile, incoraggiante. Si comincia con un 30 e il morale va su.

La scelta, però, è difficile. Ora che si fa?
Se la cassa integrazione dura abbastanza, posso contare su un periodo lungo fino a un anno (un anno e mezzo includendo il tempo coperto dal sussidio di disoccupazione). L'entrata è ridotta, qualche soldino da parte e si può sopravvivere.

Lo faccio. Con tanta paura. Un salto nel buio. Mi chiudo in casa per mesi e studio. Senza sapere come andrà, senza garanzie di nessun tipo. Il tentativo è quello di riemergere direttamente con un lavoro in un altro settore.
E nel corso del primo anno faccio fuori alcuni esami anche difficili. Matematica 1 (corrispondente al famoso Analisi), inglese (che in tanti hanno lasciato alla fine prendendosi un po' di tempo).
Poi mi accorgo che le propedeuticità previste sono tante. Il tutto è così ingarbugliato che preparo un diagramma di Gantt per gestirle. Otto livelli di propedeuticità: per fare Teoria dei segnali si devono fare prima, nell'ordine, Matematica 1, 2, 3 e 4 e così via...

I primi mesi vanno a un ritmo sostenutissimo. Tre esami ogni due mesi. Ce la posso fare, mi dico, a questo ritmo finisco in 2 anni, nemmeno in tre. Chiudo gli occhi sulla precarietà della situazione economica, cerco di non pensare a tutta la paura che ho e vado avanti, tentando di smazzarla alla svelta. Terminerò il primo anno con 12 esami.

Per avere la cassa integrazione ho l'obbligo / opportunità di frequentare un corso. Uno qualsiasi, potrei fare anche una settimana di cucina. Cerco di giocarmela. Trovo un corso di applicazioni web con Java e Oracle a Milano. Un mese. Uno sbattimento, ma va bene, imparo tanto e scopro che mi piace.
E do l'esame universitario di Java appena terminato il corso, ne approfitto subito. Intanto la tremendazza gattona, la mogliettina mi mostra il video che ha girato mentre ero a Milano.

Si arriva all'estate, la cassa integrazione sta finendo. Prima o poi dovrò trovare un lavoro. E, si sa, per ogni lavoro viene richiesta esperienza. Il solito giro vizioso, come faccio a cominciare? Ci vuole un tirocinio, che mi permetta di avere qualcosa in curriculum. Benedetto il politecnico che offre questa possibilità.
Lo trovo a Cuneo. E' l'unica. Trasferirsi del tutto per 6 mesi di tirocinio è troppo costoso, non è il caso. Dovrò separarmi da moglie e figlia e andare da solo. Due affitti da pagare, in viaggio ogni settimana. Cuneo-Sondrio, 5 ore di macchina o 7 di treno, con due cambi. Finché non possono venire anche loro.

L'ambiente a Cuneo è bellissimo. Ci speravo tanto, di poter rimanere. Ma il tirocinio non era finalizzato all'assunzione. Me l'hanno detto onestamente dal primo momento e così è stato. Le persone che ho conosciuto le porto nel cuore, e con alcune sono ancora in contatto. Cosa rara per me, che sono andato via da ogni posto sbattendo la porta.
Tra l'altro, do anche l'esame di Basi di dati. Ne approfitto perché l'aiuto che posso avere da queste persone splendide è tanto.
A Cuneo la tremendazza ha imparato a camminare, le è piaciuto starci, ed anche a me.
Il 4 febbraio finisce il mio tirocinio. Fino all'ultimo ho sperato che l'assunzione, mai promessa, ci fosse. Ma non era così. Anche se erano soddisfatti del mio lavoro, non era possibile ampliare l'organico.

Ho pianto. Non per il lavoro, per l'ambiente che perdevo.
Piango di nuovo oggi, per loro. Questa ditta sta chiudendo. Poco dopo la mia partenza i dirigenti sono stati arrestati per irregolarità (è una cosa che mi lascia ancora tanto incredulo) e da allora è andato tutto a rotoli. Entro poco tempo tutti loro saranno licenziati, vorrei che non fosse vero, che cazzo di incubo è?

Mia figlia aveva un anno e mezzo, e non so cosa ha capito quando, guardandola negli occhi e con una tristezza infinita le ho detto "si torna a Sondrio".
E lì una ricerca frenetica di lavoro. E scopro il mondo infame delle consulenze, il body rental che è quello che mi dà da mangiare ancora oggi. Ne parlo qui.
Tre mesi di tentativi. Sondrio-Milano sono due ore di treno. Ogni volta cercavo di procurarmi degli appuntamenti per i giorni successivi. Almeno duecento cv inviati, e una trentina di colloqui.
E anche una serie di lavori rifiutati. Avevo capito che mi stavo muovendo nel fango e che la serietà in questo settore in Italia non esiste e cercavo di evitare il peggio.

Il lavoro alla fine lo trovo, e anche l'occasione di abbandonare, spero per sempre, la Lombardia.
Anche questo passaggio è costoso in termini di tempo e di soldi. Tanti viaggi Sondrio-Lucca carico come un mulo mentre la moglie impacchetta.
Lo studio aveva rallentato da tempo, e ora subisce una battuta d'arresto. Siamo a luglio 2011, ci vorranno mesi solo per preparare Matematica 4.

Arriva un po' di stabilità. Per modo di dire. Le condizioni di lavoro sono assolutamente insoddisfacenti e decido che dopo la laurea me ne andrò. E' quel che sto tentando ora di fare.
Riprendo il ritmo, non più quello di quando ero a casa, ma un buon ritmo lo stesso.
Intanto decidono cosa fare di noi dei corsi a distanza. Le iscrizioni sono chiuse, sono entrato all'ultimo anno in cui ce n'è stata la possibilità. Uno/due anni di tempo per finire e poi? Non è chiaro (e non è deciso) cosa sarebbe successo dopo.

Bisogna premere sull'acceleratore. Non ce la posso fare, l'ho calcolato. Ci vorrebbe un anno in più. Faccio tutto il possibile e mi preparo una tabella di corrispondenze (tutta mia) con cui stimo quello che conviene fare prima per non trovarmi troppo male con un passaggio al nuovo corso.
Settembre 2013. Inaspettatamente quell'anno in più viene concesso. Decidono che c'è tempo fino a settembre 2015 per dare tutti gli esami con i corsi a distanza.
Non posso permettermi di perdere quest'opportunità. Sono stanchissimo, la media cala e le bocciature aumentano. Gli esami sono sempre più difficili o sono io che ho questa impressione?

Posso permettermi sempre di meno di non passare un esame, o di rimandarlo. Sto già approfittando di due ore e mezza di viaggio al giorno tra andata e ritorno per studiare, non ho altro tempo, posso solo toglierlo al sonno.
Sveglia alle 5 per gli ultimi 7/8 mesi. Il fisico dice basta, ma ce la faccio. Con una sessione di margine. Sul filo di lana.

La gioia di tornare a casa e poter dire a mia figlia "ho finito, ora papà è tutto tuo" la potete immaginare.
Domani si parte per Torino. Le mie donne, che mi hanno accompagnato in questo percorso, saranno con me, e ci saranno anche altre due persone speciali, che non vedo da tanto.
E' fatta. Tutto è pronto




giovedì 16 luglio 2015

L'ultima fatica

Eccomi qua, di ritorno da Torino. Il treno attraversa millemila gallerie, quando sbucherà, dopo avermi offerto lo spettacolo meraviglioso del mare delle cinque terre, sarò quasi arrivato.
Ultimo esame: Economia. Un complementare che non ha nulla a che vedere con l'ingegneria.

Alle 9 di mattina nell'ufficio del prof.
In ascensore mi guardo allo specchio e alzo il pollice. Mi dico "E' l'ultimo"

E l'ultimo esame è andato. Un bel 25. E chiudo la serie infinita di esami (35, trentacinque esami!) con la media del 26.

Passo in segreteria a chiedere cosa fare per la laurea. Non c'è da fare la tesi, per i corsi a distanza sono previste delle alternative. Io ho fatto una relazione (lunga come una tesi) sul lavoro che faccio, con tanto di certificazioni dell'azienda.
Il 27 ottobre c'è la proclamazione.
"Ma, per curiosità, mi sa dire lei come si calcola il voto di laurea?"
Finora è stato per tutti noi un mistero.
"Ecco qui, c'è sul portale della didattica in questa pagina il calcolo fatto".
Il voto sarà basso. Il meccanismo penalizza terribilmente i teledidattici. Resterò probabilmente sotto il 100.
Voglio essere onesto con me stesso. Ho fatto quello che ho potuto, non sono un genio e sono arrivato fin qui. Speravo di poter fare di più, ma davvero non me la sono sentita.

Ma ce l'ho fatta. Ho finito con i 35 esami di questa facoltà e a ottobre avrò la mia laurea. E l'ho conquistata:
- Al Politecnico di Torino. In Ingegneria Informatica
- In meno di 6 anni. Per i corsi a distanza questo significa essere in corso.
- Con la media del 26.
- Lavorando.
- Perdendo, cercando e ritrovando in questi anni due volte il lavoro.
- Con tre traslochi e corrispondenti cambi di città.
- Con una figlia aveva un mese quando mi sono iscritto ed ora sta per compiere 6 anni.

E c'è una cosa importante che continuo a dire da allora: non ho fatto niente di speciale, quello che ho fatto io lo può fare chiunque altro.

A tutti quelli che continuano a dire "non si può fare" mando un grandissimo "Vaffanculo". Sono stanco di sentire tanta gente che pensa che si debba prima studiare, poi lavorare e che non si possa fare diversamente, che studio e lavoro non sono compatibili.
Non sono il primo a dimostrare che non è vero, ma questi idioti continueranno a dirlo lo stesso e a stroncare tanta gente che ce la potrebbe fare.

Sono tante le persone che voglio ringraziare per questo.
Le prime sono le mie donne. Mia moglie ha sicuramente più merito di me in questo. Tutto quello che ha fatto per permettermi di studiare non si può riassumere in poche parole. Dallo stare insieme alla figlia anche per settimane senza un momento di pausa, al gestire la casa senza mai un aiuto (e mo' mi tocca però) a tanto altro.
La Tremendazza non sa ancora cosa vuol dire avermi per sé. Aveva un mese e mezzo quando ho cominciato, ora che ho finito io comincerà lei (a settembre entra in prima elementare). Abbracciarla ieri sera e poterle dire "ora papà è tutto tuo" non mi è sembrato vero.

E poi voglio ringraziare tante altre persone che mi hanno supportato. Ascoltandomi quando ero senza più forze, con qualche buona parola. Tra voi che state leggendo nessuno si senta escluso, e non mi fate "Chi, io?". Ci proverò a ringraziarvi tutti, spero di riuscirci.

Con un moto di orgoglio spropositato metto qui la foto del mio libretto elettronico, che ho visto crescere a partire dal 2009.



Ci vediamo a ottobre a Torino, siete invitati!

sabato 11 luglio 2015

Viaggio allucinante

Rieccomi. Ormai prossimo all'ultima fatica.
E' da un bel pezzo che non scrivo, che non ho un attimo. Ora, finalmente, posso cominciare a recuperare qualche post che volevo scrivere da un mese a questa parte.
Da metà giugno a metà luglio c'è la sessione di esami, per me, spero, l'ultima. Ho cominciato con due esami il 16 e il 18 giugno. Sono andati, non benissimo, ma ormai sono stanchissimo e prendo quello che viene. Non ho più tempo, bisogna fare in fretta. Cercando di non rovinarmi la media.

Di solito il viaggio Lucca - Torino è tranquillo. Questa volta invece è successo di tutto. Mettetevi seduti e guardate cosa può capitare quando si viaggia sulle ferrovie italiane...

Antefatto
Il 12 giugno un delinquente, che meriterebbe solo di essere impiccato, sale a bordo di un treno del passante ferroviario milanese senza biglietto e, di fronte alla richiesta del controllore di mostrarglielo, estrae un machete e quasi gli mozza il braccio.
E' l'ennesimo episodio di aggressione e di violenza da parte di passeggeri che pretendono di fare il bello e il cattivo tempo contro i poveri controllori, che spesso non ce la fanno. Viaggio in treno tutti i giorni, ogni tanto la polizia mi chiede di mostrare l'abbonamento al controllore e poi 3-4 agenti salgono sul treno (un locale da 60 km). La polizia? E che c'è bisogno che me lo chiedano loro l'abbonamento? Certo che lo mostro! E anche se non ce l'avessi non andrei mai ad aggredire un povero Cristo che fa un lavoro onesto per portare il pane a casa.
Ma la regola, quello che mi tocca vedere tutti i giorni è che i controllori hanno paura e spesso, se non c'è la polizia, non controllano. Altre volte ho visto che qualcuno di questi bastardi viene arrestato e la gente critica la polizia e considera il tizio in questione una vittima. Ma si può?

Giustamente il personale delle ferrovie, esasperato da questo clima assurdo, entra in sciopero. Il 16 viene proclamata una giornata di astensione.
Purtroppo, però, questa cosa non viene comunicata adeguatamente e moltissima gente non ne sa nulla.

E così...
Il 16 giugno era proprio il giorno del mio esame. Partenza prevista da Viareggio la mattina presto, cambio a Genova e poi dritto fino a Torino. Stesso itinerario al ritorno.
Compro i biglietti online. Uso una carta prepagata, siccome non ho voglia di starci sempre attento, di preoccuparmi di tutte le misure di sicurezza necessarie, se devo fare un acquisto metto più o meno i soldi giusti sulla carta al momento di fare l'acquisto e poi la svuoto subito.

La sera, mentre ero lì bel bello che studiavo ancora i diagrammi a bande e i Mosfet, mia moglie mi avvisa che "domani c'è sciopero dei treni"
Cheeee? Ma lo sciopero non era solo a Milano? Inizialmente avevano annunciato così!

Controllo la notizia, i dettagli. Porcaputtanamaialazza! Il treno Genova-Torino rientra nella fascia oraria dello sciopero. Rischio di arrivare a Genova e non poter ripartire. Qua bisogna cambiare itinerario.
Faccio un tentativo. Ci sarà mica qualcuno che parte con blablacar da Genova a Torino? Uno solo, lo chiamo. Niente da fare, ha già riempito la macchina.

I biglietti che ho preso non sono rimborsabili, posso cambiarli col sovrapprezzo. Poi, solo se domani il treno salta, mi ridanno i soldi.
Vabbè, pazienza. Sono le 10 di sera e mi tocca andare a mettere soldi sulla carta per cambiare i biglietti.
Anticipo il viaggio di un'ora. Anziché alle 5, mi devo svegliare alle 4. Ma così il treno da Genova parte e sono a posto.

Il giorno dopo
Viareggio - Genova, tutto a posto. Durante il viaggio mi toccherà anche seguire un po' il ragazzo che mi sta sostituendo sul lavoro. E' bravo, ma ha appena cominciato. Se tutto va liscio lui sa cosa fare, altrimenti bisogna aiutarlo.
E gli informatici sanno che questo mondo è regolato dalla legge di Murphy: se qualcosa può andar male lo farà. Ovviamente è andato tutto storto proprio quel giorno, e ho dovuto occuparmi per tutta la mattina di dare assistenza telefonica al mio collega, facendo il possibile mentre la linea cadeva con le gallerie e poi durante tutto quello che succede dopo.

Il treno da Genova parte. Bene. Anche se lo sciopero comincia durante il tragitto, ormai questo treno arriverà a destinazione. O almeno così credevo. E come me un bel po' di passeggeri.
Eh no!
Alessandria. Signori si scende. Il treno si ferma qui e comincia lo sciopero. Arrangiatevi. O, per dirla con le gentili parole uscite dall'altoparlante:
"Avvisiamo i signori viaggiatori che questo treno si fermerà nella stazione di Alessandria a causa dello sciopero proclamato oggi. Ci scusiamo per il disagio".

Purtroppo 'sti scioperi servono assolutamente a nulla. Perché i dirigenti delle ferrovie che mandano i controllori a prendere botte e coltellate risparmiando sulla sicurezza e intascando milioni, il treno non lo prendono e non si troveranno mai a disagio.
Non me la prendo certo con questi poveretti. Cosa farei io se mi mandassero a fare la carne da macello? Non sciopererei anche io?

Blablacar
Comunque, qua bisogna arrivare a Torino e non si può fare certo a piedi. Dal treno riprendo blablacar e questa volta trovo un autista che fa Alessandria - Torino.
Ottimo. 6 Euro e mi porta. E pensa anche di partire abbastanza presto. Intanto una famiglia di fianco a me, papà, mamma e bambino di 4 anni, mi chiede se posso aiutarli, se ci ho capito qualcosa. Lui parla un inglese stentato ma ci capiamo. Sono romeni, devono arrivare a Caselle a prendere l'aereo.
L'autista mi chiede quanto bagaglio abbiamo. Io ho solo uno zainetto e posso tenerlo in braccio. Loro hanno un paio di valigie grandi. Lui mi fa segno, con le mani giunte "ti prego, aiutaci, le valigie ce le teniamo in braccio se non ci entrano".

Stazione di Alessandria. Potete scendere che tanto da qui non si riparte. Ok, se il nostro autista è affidabile ce l'abbiamo fatta.
Altre telefonate di assistenza al collega mentre sono seduto sulla panchina della stazione, col pc in braccio per cercare di sistemare quello che oggi non va. Proprio oggi, eh!

Intanto, in biglietteria, mi ridanno i soldi del biglietto Genova-Torino. Ho recuperato almeno qualcosa. Alla fine della giornata avrò speso quasi il doppio.
E mentre aspetto l'autista, beffa della giornata, il treno che avrei dovuto prendere inizialmente, quello programmato, che mi aspettavo che non ci fosse, parte. Mi veniva voglia di salirci, avevo ancora il biglietto valido per quel treno. Ma mi sono impegnato con l'autista dell'auto e non posso bidonarlo, non si fa. Ovviamente quel biglietto non me lo rimborseranno.

E così Alessandria - Torino si fa in macchina. Con un rappresentante della MoneyGram che deve viaggiare per tutto il nord-ovest, e l'allegra famigliola sul sedile di dietro. Le valigie ci sono entrate tranquillamente. Sono venuti in Italia perché il bimbo è stato operato al cuore e sta facendo visite di controllo annuali. Piccolo! Questi sono i veri problemi della vita.
Gentilmente, il mio compagno di viaggio mi porta in macchina al politecnico, poi prosegue con gli altri passeggeri. E' la prima volta che uso blablacar e mi è andata decisamente molto bene.

L'esame
L'esame è decisamente la preoccupazione minore di tutta la giornata. Non perché sia facile, anzi, lo passerò con un misero 22.
Siamo in 4 noi dei corsi a distanza. La cosa bella è che ho ritrovato, insieme, alcuni dei compagni con cui ho condiviso tutti questi anni. Di esami insieme ne abbiamo fatti tanti, ci siamo aiutati molto. E dopo l'esame uno ha detto: "ora basta, non voglio vedervi più". Per lui è il penultimo, e anche noi altri siamo quasi alla fine. Sono l'unico che non ha lasciato l'esame di inglese per ultimo. Io l'ho fatto all'inizio, senza doverci faticare tantissimo, gli altri l'hanno lasciato alla fine per affrontarlo con tutta la calma l'anno prossimo, prendendosi tutto l'anno di tempo.
Condividiamo l'esame con i ragazzi del diurno, che fanno un corso più impegnativo di questa materia.
Il professore mi dà una traccia uguale alla loro. "ah, professore, io sono un teledidattico", dico, pensando che il nostro tema sia diverso.
"Non importa, siete tutti uguali, davanti a Dio e davanti alla legge". Che bravo, simpatico, ha fatto un bellissimo corso, il migliore dei professori che ho avuto. Lo ricorderò con piacere.

Ritorno
E' finita qui? Ormai dovrei poter tornare tranquillo a casa. Lo sciopero è finito.
No, si porta dietro qualche strascico.
Torino Porta Nuova.
Il treno per Genova è previsto in ritardo di 40 minuti. Ma così perdo la coincidenza a Genova. Posso prendere il treno successivo, ma devo cambiare biglietto.
Sono stanco di tutti 'sti casini. Faccio la fila in biglietteria, con tutta la calma del mondo. Intanto il mio collega mi fa sapere che alla fine della giornata tutto è andato a posto e che anche lui è rimasto coinvolto nei disagi dello sciopero. Arriverà tardi a casa anche lui. E nemmeno lui sapeva nulla.
Come previsto, devo cambiare il biglietto, con sovrapprezzo. Il fatto che il treno prima sia in ritardo e la coincidenza si perda non mi dà diritto al rimborso.
Il treno è pieno. E' il primo che parte da 8 ore. C'è posto per sedersi, per fortuna. mangio con lo zaino in braccio. Ormai sembra che si possa tornare a casa senza altri problemi. Si parte col ritardo previsto. Tempo di arrivare a Genova e ha recuperato tutto. Se non avessi cambiato il bigliettooooo.

Genova Piazza Principe.
Qui si cambia sempre treno senza cambiare binario. Sul marciapiede c'è il controllore.
"Scusi, sa, avrei dovuto prendere questo treno, ma ho cambiato biglietto perché la coincidenza sarebbe saltata" Gli mostro il biglietto elettronico annullato.
"In teoria potrebbe cambiarlo ancora, con un sovrapprezzo" (un altro, ho già pagato per il primo cambio), ma dovrebbe andare in biglietteria, non fa in tempo.
Pazienza, grazie. Mi avvio mesto ad una saletta di attesa per restare lì un'ora. Un minuto dopo entra anche lui e mi dice "Guardi, salga pure, su questo treno ci sono io, va bene così. Oggi c'era sciopero, è stata una giornata particolare". Lo ringrazio tanto di questa gentilezza. Dopo una giornata così tornare a casa un'ora prima è una grazia.

Intanto...
Intanto, durante il viaggio, gallerie permettendo, guardo cosa è successo oggi. All'onore delle cronache proprio l'autobus che prendevo per viaggiare da Firenze a Lucca. Beh, non proprio quello, la linea sì, ma in un altro orario. Ecco, quell'autobus è andato a fuoco.


Nessuno si è fatto male, era quasi vuoto. Però mi viene da pensare che, nonostante una giornata così dura, a me tutto sommato è andata bene.



lunedì 13 aprile 2015

Meno tre.

Non manca più tanto, ma non si può tirare il fiato.
Ancora quattro. Due facili e due difficili. E due sessioni rimaste. Giugno e settembre.
Bisogna finire per giugno. Arrivare all'ultimo è troppo rischioso. Basta sbagliarne uno e il lavoro di sei anni è compromesso.

Sei anni, quasi. Ho cominciato che mia figlia aveva un mese e mezzo.

Ma il bello è questo, questa sfida impossibile, questa lotta contro il tempo.
Studiarli un per volta è troppo poco, bisogna accoppiarli.
E con un po' di culo si può ottenere dal prof. un esonero, un appello straordinario fuori sessione.
Vediamo, proviamo, chiediamo.
È un favore, e i professori non li pagano per fare gli esami per i corsi a distanza, né quelli ordinari, né quelli straordinari.

"Onestamente non ho molta voglia di fare appelli straordinari, ma vista la situazione della teledidattica potrei anche farlo". E meno male, speriamo che non sia pure incazzato il giorno dell'esame. Ma l'ho conosciuto, sembra bravissimo.
Giovedì mattina gli scrivo. Sono pronto, quando vuole lui. Non è esattamente vero, è che mi porto un po' avanti, se mi dice che ne parliamo a fine mese non perdo tempo.
"Se vuole va bene lunedì". Non me lo faccio dire due volte. Weekend di studio e si parte.
Se va bene ne sfanculo uno. Uno di quelli facili, ma così mi concentro sull'altro dopo. Perché mica si riposa, eh. Domattina si riprende.

Deve andare bene, non basta passarlo. Sto tentando di fare due conti sul voto di laurea. Non si capisce come lo calcoleranno, ma è possibile che non ci sia il punteggio di tesi, visto che la tesi vera e propria non si fa. Il che significa andare facilmente sotto il 100 anche con la media del 27. No, eh, che la laurea mi serve per lavorare, non sono disposto a perdere punti per cercare di finire e basta.
Me lo sto ripetendo ultimamente "prima di essere esigente con gli altri lo sono con me stesso".

E poi, rischiare di non passarlo non si può, tempo, soldi, stanchezza, ferie per andare fino a Torino non si possono sprecare.
Ma quanto mi sto gonfiando per un esame che alla fine era facile facile?

Arrivo nell'ufficio del prof. Solo io. Mi ha preparato il tema su una scrivania, intanto lui e i suoi colleghi continuano a lavorare. Parlano, telefonano, si alzano. Ma non è troppo difficile restare concentrato su quello che faccio. In fondo lo so.
Due ore di tempo. Un'ora e quaranta e consegno, non voglio riguardarlo. E' troppo facile fare pasticci quando si riguardano le cose.

E lui me lo corregge in un quarto d'ora. Intanto cerco di distrarmi. Fotografo la giustifica da mandare, riaccendo il telefono.
Sbircio, vedo che non fa segni rossi. Che ogni tanto appunta qualcosa in blu, probabilmente il punteggio degli esercizi.

"Bene, è andata molto bene" me li fa vedere. Pochissimi errori, dove proprio non la sapevo.
Complimenti per il VHDL, non lo fanno in molti, ne avrò visti 3 o 4 ultimamente.
"Eh? Come? Ma il VHDL l'ho studiato in due giorni!" Confesso. Cioè, quello mica era difficile.
Mi dà un bel 27. Me lo registrerà a giugno.
E mi ripete che non lo fa volentieri di fare appelli fuori sessione, ma ormai è probabilmente l'ultimo. Io lo ringrazio, incasso e torno vincitore a casa.
Certo, mi immagino l'incazzatura sua se avessi fatto uno schifo di esame. Almeno gli ho dato soddisfazione.

Vai questa è andata. Meno tre. Se non mi menano loro.




martedì 27 gennaio 2015

Quello che voglio lasciare...

21 gennaio, ore 10.30 ah, direttamente nell'ufficio del prof.
Controlli automatici. Un esame infame. Il più difficile dei ventinove sostenuti finora.

Non che gli argomenti siano poi così difficili, è che studiare da soli su materiale scadente è un percorso a ostacoli.
Non è come quando si seguono le lezioni. Qui, per sapere cosa devi studiare per l'esame devi pregare il professore di risponderti alle mail.

Il programma è il suo libro. E il suo libro è una schifezza. Scritto veramente coi piedi. L'imbecille si inventa una simbologia tutta sua, facendosi beffe delle convenzioni. Non c'è un argomento che si capisca, che venga spiegato come si deve. Tutto quello che si dovrebbe imparare da qui va cercato da qualche altra parte. E il tempo è pochissimo.
Ma il bastardo ha il potere di imporre che il suo libro sia il programma d'esame. Meno male che c'è anche in biblioteca, così evito di regalargli dei soldi che non merita. Baronato universitario, così lo chiamano.

Mesi di studio.Ogni giorno. Un'ora di viaggio casa-lavoro e studio in pullman.
Ogni sera, per ore, finché non arriva il sonno. Con la figlia in braccio (qualche volta) perché giustamente non ci sta a veder sparire suo padre nella stanza ogni sera dopo averlo aspettato tutto il giorno.
In due, a distanza, a cercare insieme il materiale, a spiegarci tutto, a prepararci per questa prova. Che non sarebbe stata facile lo sapevo, a luglio ci avevo provato ad andare senza essere pronto. Mi aveva sbattuto fuori in malo modo. Ci sono rimasto male, non per la bocciatura, quella la meritavo, ma per la maleducazione. Quella no, non deve mai essere tollerata. Ma chi sono gli alunni per un professore universitario? Formiche da schiacciare?

Al solito, mezza giornata di viaggio, dalla sera prima. Pernottamento a Torino ed esame il giorno dopo. Ogni volta un salasso di energie e soldi. Ma ne vale la pena. L'ho scelto io, l'ho voluto con tutte le mie forze, ci sto investendo tanto. E le soddisfazioni ci sono. Una media quasi del 27, mica da buttare. Anche qui vado per avere un voto alto, non per tornare con la coda tra le gambe.

E la mattina dell'esame arriva. Entra prima lei, la mia compagna di studi. Incrocio le dita, lei si sente preparata "a macchia di leopardo", come dice, le mancano dei pezzi, ma può farcela.
Quasi un'ora dentro. Poi esce col pollice alzato. E' andata. Ci speravo, e so che posso farcela anche io.
Si comincia bene, un po' di domande senza intoppi, me la cavo (eccheccazzo, mi sono preparato, no?)
Poi arriva il primo errore. L'unico. Ma non mi dà il tempo di riguardare, pensarci e correggere.
"Basta, le do 18 perché sono stufo di fare questi esami".
Più chiaro di così: quelli dei corsi a distanza gli stanno sulle palle. Quella era la sua intenzione. Un 18 al primo errore per non ritrovarci ancora davanti.

Pochi minuti dopo decido di rifare l'esercizio e trovo l'errore. E scopro che, su tre che eravamo a fare l'esame, tutti e tre siamo stati trattati nello stesso identico modo. Sbattuti fuori al primo errore con 18, chi prima, chi dopo, chi con più domande, chi con meno della metà.

Sono furioso. Se vogliamo mi è anche andata bene, su quasi trenta esami ho avuto pochi voti bassi e questo è forse l'unico immeritato. Ma non per questo lo schifo si deve tollerare. Penso con invidia a quello che mi raccontano da oltre oceano, mi dicono che i professori americani sono soggetti a valutazioni anonime da parte degli alunni.
E mi disgusta ogni giorno di più la mancanza di meritocrazia di questo paese, che non ho mai sentito mio e a cui non voglio più appartenere.
Sarebbe giusto poter denunciare, ma è una battaglia persa in partenza, quella per ottenere giustizia in questo paese di merda. I professori sono una categoria protetta, quelli universitari più di tutti. Ed episodi come questo sono tra i meno gravi, vengono minimizzati. Io non minimizzo. Non tollero. Non perdono.

Possiamo anche dire che un professore scadente, che dovrebbe essere mandato via a calci in culo, uno solo (forse) nel corso, si può trovare ovunque. Poi mi ricordo che per me tutto il percorso scolastico è stato simile.
Una maestra delle elementari che ti faceva mettere in fila a prendere schiaffi e bacchettate, professori delle superiori che erano lì a rubare lo stipendio, che disprezzo come persone, ancora prima che come insegnanti, e che non dimentico a distanza di tanti anni, per quanto schifo mi hanno lasciato dentro. Sarebbe stato giusto sottoporli a valutazioni da parte degli alunni, ne sarebbero rimasti davvero pochi. E sarebbero stati sostituiti da ragazzi volenterosi, quelli che sono rimasti precari a vita perché i fannulloni erano arrivati prima e avevano occupato tutti i posti.
Se non ho voluto fare l'università a 19 anni è perché ero rimasto troppo disgustato della scuola.

Ecco, ogni tanto è il caso di ricordare che ho scelto di scrivere questo blog proprio per valutare l'idea, ormai sempre più vicina, di andare via dall'Italia subito dopo la laurea. Per chiedere consigli e confronti sugli altri paesi. Per me è quasi finita, ma per mia figlia comincia l'anno prossimo, e non ci penso lontanamente a farla crescere in Italia.
No, non credo che da altre parti sia tutto rose e fiori. Ma nella scuola italiana ci sono stato per tanti di quegli anni, e salvo pochi insegnanti, pochi davvero.
Addio Italia, al più presto...



lunedì 12 gennaio 2015

Il bisogno di farcela

Immagine presa dal web
Ecco qualcuno che non si arrende mai

Arrendersi mai, non è possibile.
Non me lo sono potuto mai permettere.
Non ho potuto farlo le volte che sono rimasto senza lavoro. Non potevo farlo quando formare una famiglia sembrava una cosa impossibile. Non posso farlo ora.
Tante volte avrei voluto e vorrei una vita più facile, ma non è così. Non posso permettermelo.

Ancora pochi mesi di tempo.

Quando ho cominciato l'università era tutto più semplice. Appelli d'esame ogni 2 mesi, sei all'anno. Segreteria che funzionava come un orologio. Nessun limite di tempo per finire.
E sono partito alla grande, ero a casa disoccupato e ne ho approfittato per fare un bel po' di esami. Se avessi potuto continuare a quel ritmo, con le stesse condizioni, se ci fossi riuscito, mi sarei laureato in poco più di 2 anni.

Poi le difficoltà sono aumentate. Come quando il giocoliere fa roteare in aria tre birilli e gliene lanciano altri. Traslochi, ricerche di lavoro. Poi hanno deciso che così era troppo facile, che questi corsi andavano chiusi.
Tempo fino a settembre 2015, chi si è laureato per quella data bene, chi non ce l'ha fatta si attacca al cazzo  può passare al corso nuovo, richiedendo la convalida di una parte del lavoro fatto e smazzandosela con quello che non gli viene riconosciuto. Come quando si passa da una facoltà ad un altra.

E subito tutti gli alunni dei corsi a distanza si sono divisi in 3 gruppi.
- Chi ha deciso di passare subito al nuovo ordinamento.
- Chi ha gettato la spugna e lasciato gli studi
- Chi ha deciso di finire per quella data, perché può farcela.

E io sono in quest'ultimo gruppo.

Perché non è che mi interessa la laurea per una soddisfazione personale. Mi serve per trovare lavoro, per andare via una volta buona dall'Italia e riuscire a costruirmi una carriera. Per non rimanere impantanato in un lavoro che non premia i miei sforzi.
Per portare mia figlia in un posto in cui esista un futuro. Per andare a vivere dove esiste qualità della vita.
E non ho tutto il tempo del mondo per farlo.
Avrei dovuto farcela prima. Non avrei voluto che mia figlia cominciasse la scuola in Italia, ma ormai non ci sono riuscito, non ho fatto in tempo.

IO non ci sono riuscito prima. IO non ho saputo scegliere prima questa strada. Avrei potuto farlo in qualunque momento. Non è colpa degli ostacoli che ho trovato. IO non ho saputo superarli prima.

E, siore e siori, sempre più difficile. (musichetta del circo. Pappaparaparapappappara...)
Riduciamo gli appelli a 3, massimo 4 all'anno.
Chiudiamo la segreteria che funzionava bene e vi lasciamo nel calderone della segreteria generale. Dove non sanno nemmeno che esistono i corsi a distanza. Ora, per sapere la data di un esame, scrivete ai prof. e pregateli di rispondervi, perché spesso non lo fanno nemmeno.
E se volete sapere cosa studiare per l'esame, avere videolezioni e materiali, anche lì, sempre più complicato.

A settembre scorso ci ho provato. Troppa carne al fuoco. Tre bocciature tutte insieme non le avevo collezionate finora.
Tra poco arriva l'occasione successiva.
Due o tre esami tra gennaio e febbraio. Uno è il più difficile del corso. Non per l'esame in sé, ma perché trovare materiale valido da studiare è stata un'impresa. Il libro del prof, che costituisce il programma, è una schifezza, e ogni argomento va cercato e studiato da altre parti.

E ho un bisogno incredibile di farcela. Di vedere che questi sette esami che mancano diventano sempre di meno. Sette su trentacinque. Non sono tanti, ma la coda è lunga.

Ho bisogno di farcela. Di riuscire. Di vedere che questi sforzi danno risultato.
Quante volte sentite il bisogno di farcela?

domenica 14 settembre 2014

Un giorno di ordinaria follia

Sveglia alle 5.30
6.15. Si parte. Moglie e figlia dormono beate. Buon momento per salutare la figlia con tanti baci senza che rompa le scatole con i suoi "basta baci papà". La mia mogliettina si sveglia per un attimo per augurarmi buon viaggio. "Cuidate, me haces saber".
Lucca, i 5 tornanti del Quiesa, Massarosa, Viareggio.
Parcheggio davanti all'ufficio. Ma non vado a lavorare. E' che è proprio il posto migliore per parcheggiare vicino alla stazione.
E lì vicino c'è un bar. Dove C. e A. mi hanno viziato e coccolato con i loro caffè cappuccini per 2 anni e mezzo. Alle 7 è molto presto, ma la porta è già aperta. Entro sfoderando il mio "Donna C.!", imitando il collega siciliano che la chiamava così appena entrato.
E lei è lì, dolce come sempre. Mi chiede come stanno i colleghi a Firenze, li ha conosciuti tutti, ci ha viziati tutti.
Si fa colazione insieme, è un bel rito prima di ogni esame.

E poi si parte di nuovo.
Stazione di Viareggio. Quella lì, quella tristemente famosa. Il posto dove qualche anno fa sono bruciate, in una sola notte 32 vite. La tragedia si sente nell'aria in quella stazione. Che effetto fa passarci tutti i giorni per due anni e mezzo?
Binario 3, intercity per Genova. La buona riuscita dell'esame dipende anche dalla presenza sul treno di tavolini e prese, dalla possibilità di sfruttare anche questo tempo per studiare.

Ho il posto prenotato, ma c'è sempre qualcun altro. Ne prendo un altro. Una signora mi chiede se le dà fastidio la sua borsa sul sedile di fronte al mio, cerca di attaccar bottone dicendo che poi viene sempre qualcuno a scocciare perché vuole per forza il suo posto.
E già, penso, uno prenota un posto, magari un po' di tempo prima per sceglierlo, arrivi tu e ti piazzi dove ti pare e sono gli altri a dare fastidio? Non mi piacciono queste persone, evito di risponderle.
Poco dopo sale una ragazza piena di bagagli, cerca il suo posto e questa in malo modo le indica che è più avanti. Le dico di appoggiare pure lo zaino lì mentre lo cerca. La suddetta signora si infastidisce chissà perché e cerca di nuovo di lamentarsi di qualcosa. Le sfodero un "ma piantala!" e la metto a tacere. E' un bel risultato. Non sapevo farlo prima, ho imparato a non stare zitto e a rispondere a tono quel che penso.

Fuori dal finestrino il mare, le cinque terre. Stupendo, anche in una giornata grigia come questa. Stupendo anche se ci sono millemila gallerie che scassano i maroni e non c'è linea per cellulare e internet.

Genova, si cambia.
Rapido e puntuale, senza nemmeno avere il tempo di pensare alla bellezza di questa città, senza avere l'occasione di visitarla. Il treno per Torino è già arrivato.
Altre millemila gallerie, la squallida pianura padana e poi la stupenda Torino.

Torino Porta Nuova.
Telefonata alla moglie. Sono arrivato, viaggio tranquillo, cosa combina la tremendazza?
E la figlia "papà, perché vai a lavorare?". Figlia mia, lo sapessi almeno io...

La zona attorno alla stazione è degradatissima, le puttane ti adescano in pieno giorno sotto i portici, le facce che vedi non sono rassicuranti e bisogna stare attenti al portafogli. Non rende giustizia a una città così bella.
Torino ricca di Storia. Quella Storia con la S maiuscola. La prima capitale d'Italia, la città dei re, la città delle più grandi invenzioni italiane. A quanti personaggi illustri avrà tagliato i capelli mio nonno fino agli anni 30?
Mezz'ora a piedi. Quando non fa freddo e c'è il tempo, è piacevole fare questo tratto. Attraversare i viali e i controviali. I controviali, per fortuna, ce li ha solo Torino, alla fine si sono rivelati una boiata pazzesca e il traffico è peggiore.









Politecnico di Torino. Anzi, Po-li-te-cni-co-di-To-ri-no. Sì, perché di questa istituzione sono orgoglioso davvero di fare parte. Mi piace, anche se ci ho dovuto veramente buttare il sangue finora per passare gli esami che ho fatto, anche se ha tutti i suoi difetti come università resta un'istituzione di alto livello. 

Immagine presa dal web
Politecnico di Torino - Logo.png

Questo logo me lo porterei anche stampato in fronte. Perché, alla faccia di chi dice che studiare e lavorare è impossibile, cari signori, io vengo a dare gli esami al Politecnico di Torino, dove non ti regalano nulla e quando passi un esame te ne senti orgoglioso.

Per l'esame c'è tempo. Prima si fa un salto qui. 


Mensa universitaria. Io non odio le mense. Anzi, per me sono già un lusso, rispetto al dovermi sempre portare dietro da mangiare (freddo). E questa è stata la mia prima mensa. Mi piace, poi mi piace vedere sempre lì le facce sorridenti delle signore che ci lavorano, le stesse da 5 anni.

E poi vado al bar a gustarmi una delle meraviglie del mondo moderno. Il marocchino. Non c'è storia, come lo fanno a Torino non lo fanno da nessuna parte, provare per credere.


E' quasi ora, in che aula è l'esame? Ah, già, direttamente nell'ufficio della prof.




Ormai siamo quattro gatti. Dopo che quella troia della Gelmini ha deciso di chiudere i corsi a distanza, nessuno si è più potuto iscrivere, ho fatto appena in tempo. Ma bisogna finire entro un anno a partire da adesso, altrimenti non c'è scampo nemmeno per noi.

In quattro stavolta. Ormai siamo sempre noi, ogni volta ci trovi qualcuno che conosci già, si scambiano consigli per i prossimi.
- a me manca programmazione in ambienti distribuiti
- te lo mando io il materiale, l'ho fatto a maggio. E Dispositivi come l'hai preparato?
- lascia stare il videocorso, prendi il libro, conviene, ce l'hanno qui al CLUT.

L'esame, come sempre, scritto, come sempre al cardiopalma. Pochissimo tempo, non c'è il tempo di pensare, bisogna già essere sicuri appena si vede un esercizio. La penna deve fumare, niente brutte e belle copie. Me la cavo con la penna cancellabile. 
E poi sai che toccheranno giorni di attese interminabili, aspettando la mail che ti dice come è andata, consultando ogni momento il portale del poli per vedere se ci sono già i risultati.

E poi si torna indietro.
Porta Nuova, Genova, Viareggio. E i 5 tornanti del Quiesa per arrivare a Lucca.

Ogni esame è un viaggio, 35 in tutto. Ogni volta è un pezzo d'Italia che ti passa di fianco.