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giovedì 3 agosto 2017

Il dado è tratto


Devo confessarlo. In 18 anni ho cambiato idea tante, troppe volte. E ho anche pagato questa indecisione molto cara.
Scegliere un posto a tavolino è molto difficile e la possibilità di visitarne tanti non ce l'ho, figurarsi quella di andarci a stare per un periodo. Se poi consideriamo che la mia ricerca è cominciata molto prima che io avessi internet a disposizione, quindi molto più difficile, forse si capisce meglio come si possa cambiare tante volte destinazione.
L'ultima destinazione a cui avevo pensato prima di trasferirmi a Lucca e poi puntare agli USA era effettivamente un'ottima scelta per tanti motivi.
Ci sono stato d'inverno e l'ho trovata meravigliosa. Mare splendido, clima bello anche a Gennaio, trasporti che funzionano benissimo, pulizia quasi impeccabile per le strade, gente educata e gentilissima. Ne ho avuto un'impressione ottima.
Ci sono ritornato d'estate e non sarei più andato via. Ricca d'arte e allo stesso tempo moderna, ottima cucina, viva come vorrei io.

Questo paradiso si chiama Valencia.






Terza città della Spagna, dopo Madrid e Barcellona, con 800.000 abitanti, affacciata sul mediterraneo, alla latitudine della Calabria, Valencia gode di un clima mite tutto l'anno, non troppo freddo d'inverno e simile a quello italiano l'estate, non più caldo.
Se volessi descrivere tutti gli aspetti che mi hanno fatto innamorare di questa città il post sarebbe lunghissimo. Ce ne vorranno tanti, e ce ne saranno tanti, per parlarne più in dettaglio.
Ci sono stato la prima volta quando vivevo tra Sondrio e Cuneo e mi è piaciuta subito. Al momento di cercare lavoro ho voluto tentare subito lì.

Ma, ahimè, il punto dolente di un Paese meraviglioso come la Spagna è proprio il lavoro.
La Spagna, in generale, non è il posto dove fare carriera. Con le dovute eccezioni. La disoccupazione è più alta di quella italiana, gli stipendi sono inferiori, anche se il costo della vita è più basso.
Come dicevo l'altro giorno, se a qualcosa ci tengo, ci provo sempre. E anche allora l'ho fatto. E non ci sono riuscito.
Era il 2011, la crisi economica che ha colpito tutto il mondo si è fatta sentire in Spagna in modo particolarmente duro. La Comunità Valenciana è stata una delle regioni più bastonate dal crack spagnolo. Un periodo davvero duro. I politici promettevano di tirarci fuori tutti in pochi mesi e invece ancora per anni le cose sono andate davvero male.

Trovare lavoro a distanza, senza essere già sul posto, è difficile, non avevo ancora esperienza e nemmeno la laurea. Ma ci ho provato. Ho mandato tutte le candidature possibili, nessuna risposta. Non avevo tempo per tentare continuamente, dovevo trovare lavoro prima che il sussidio di disoccupazione finisse. E l'ho trovato, intanto in Toscana. Valencia è andata in soffitta, mi ero rassegnato a non poterla raggiungere. Anche quando ho ritentato l'espatrio, non l'ho considerata possibile per un bel pezzo.
Ci è voluta la rinuncia agli USA per farmi decidere. In fondo, mi sono detto, in confronto alle difficoltà che comporterebbe un trasferimento in America (permessi lavorativi, lingua, ecc), in Spagna sarebbe una passeggiata. Nessun problema coi permessi di lavoro, nessun problema con la lingua, perfino la stessa moneta, mi chiedo davvero se andare a Valencia si può considerare a tutti gli effetti un espatrio. Vedremo.

E così ho deciso di riprovarci. Le condizioni di base restano le stesse: la Spagna non offre, in generale, opportunità lavorative migliori dell'Italia, gli stipendi solitamente sono più bassi e così il costo della vita. Valencia, poi, non ha tante aziende di informatica come Barcellona, che al contrario, avrebbe avuto tantissimo da offrire. Ma no, niente da fare. A Barcellona non ci sono ancora mai stato, ma mi attirava meno l'idea di vivere in una città troppo grande per me, meno calda e con una lingua diversa dallo spagnolo. Sarà sicuramente un posto che voglio frequentare, tanto, dove ho anche delle persone care, ma non era quello a cui pensavo per viverci.
Quello che cambia e che ora ho qualche anno di esperienza lavorativa e una laurea conquistata con un ottimo voto e tanto sacrificio.

Ho cercato lavoro tramite tutti i canali conosciuti, per mesi. LinkedIn primo fra tutti, e tutti i siti di ricerca lavoro del settore. E poi, un giorno, un'azienda che conosco, una multinazionale che ha sede anche a Firenze, pubblica un po' di offerte per ampliare l'organico in diverse sedi della Spagna, compresa Valencia. Non aspetto un minuto, ci provo subito, sono il primo a candidarmi.
E mi chiamano, mi fanno dei colloqui per telefono. La responsabile delle risorse umane rimane conquistata dalla mia storia lavorativa, dal fatto che ho fatto il liutaio e poi l'università mentre lavoravo.
E mi accettano. Con condizioni, anche economiche, un pochino migliori di quelle che ho ora qui. Comincerò a lavorare a settembre. Ancora non ci credo.
Intanto mi mandano il contratto preliminare, l'azienda stessa mi fissa un appuntamento per il NIE.
Il NIE (Numero de Identificaciòn del Extranjero) è il corrispondente spagnolo del nostro codice fiscale, che viene attribuito agli stranieri (per ora ho capito così). Per i cittadini dell'Unione Europea non c'è bisogno di un permesso di soggiorno, ma è sufficiente fare questo documento.
Mi hanno indicato quali documenti dovrò portare con me e ci sarà una persona dell'azienda ad aspettarmi davanti agli uffici per accompagnarmi in queste pratiche. Già questo trattamento per me è una novità molto positiva.

Il NIE dovrò farlo a Barcellona, dove si trova la sede principale del ramo spagnolo dell'azienda, poi andrò a Valencia per cercare casa e dopo qualche giorno inizierò a lavorare. Manca davvero poco.

martedì 1 agosto 2017

Cambio di rotta



Dove eravamo rimasti?
Ah, sì. Un anno e mezzo fa, quando ho smesso di scrivere, ero nel bel mezzo di un tentativo di espatrio, con tentata destinazione California e, soprattutto senza bussola.
Per chi vuole ripercorrere questo cammino, e per chi comincia a seguire oggi questo blog, ho usato l'etichetta la terza scelta per contrassegnare i post in cui racconto questa avventura.

Non so se qualcuno si sorprenderà della cosa, comunque è arrivato il momento di dirlo: gli USA non sono più il mio obiettivo.
E' troppo lungo e difficile riuscire ad ottenere un visto lavorativo americano. E quando dico "troppo lungo e difficile" non intendo impossibile, voglio dire che ci vogliono più tempo ed energie di quello che sono disposto io ad impiegare. E c'è chi è più motivato e capace di me che ce l'ha fatta.
Io mi sono voluto fermare qui con questo tentativo. La mia motivazione non è mai stata quella, forte, di chi ha sempre sognato l'America da piccolo. Io cercavo un posto più caldo di qui, dove poter lavorare e vivere bene, senza stare a rifare tutto il discorso sulle motivazioni, chi lo cerca lo può trovare qui.
Non ho 20 anni e la possibilità di tornare indietro se qualcosa va storto o, semplicemente, se un posto, in cui non sono mai stato e che sto tentando di scegliere a tavolino, non mi piace.
Ottenere una green card per potersi stabilire negli USA può essere un processo lunghissimo, durare diversi anni, senza nessuna garanzia di successo. Si può andare avanti fino a 6 anni con permessi temporanei e poi essere costretti a tornare indietro con le pive nel sacco.
Per diversi anni ho tentato di trovare una strategia, ma non ci sono riuscito. L'informatica è un settore privilegiato, si riesce con più facilità a trovare lavoro, ma questo non è bastato.
Nessun rimpianto, ho voluto provare, ci ho creduto fino in fondo. Ed è quello che faccio sempre. Non mi lascio scoraggiare facilmente se qualcosa appare impossibile, se ci credo, ci provo. Alcune volte ci riesco, tante altre... no.

Altri aspetti, poi, sono stati fortemente scoraggianti. Io considero prioritario avere un ottimo work-life balance e non mi piace la competizione. Da quanto ne ho potuto vedere, esistono, anche negli Stati Uniti, ditte dove si lavora 9-17 e aziende che assorbono tutta la vita dei loro lavoratori. Certamente non farò mai a gara con gli altri a chi esce per ultimo dall'ufficio.
Quando poi, da un pezzo, avevo rinunciato a pensare di scavalcare l'oceano, è arrivata l'ennesima mazzata. L'elezione di Trump.
Questo no. Non me lo aspettavo che ci potesse essere tanta gente così stupida da votarlo. Quando, per anni, gli USA mi sono stati sulle scatole, era il periodo in cui governavano i Bush. E quando penso a tutto ciò che a me non sta bene del Paese (libera circolazione delle armi, sanità non accessibile a tutti gratuitamente, discriminazioni, guerre in mezzo mondo) non faccio fatica a identificarlo coi repubblicani.
Ho creduto che Obama potesse farcela a cambiare le cose, e dopo di lui, che Sanders potesse continuare e migliorare l'opera. Prendere esempio dall'Europa per il sistema sanitario e rottamare quello attuale, fare altrettanto con le armi.
E invece no, ha vinto l'egoismo di chi sta bene e se ne frega del prossimo, la stupidità di chi pensa che in ogni strage che succede ogni giorno a causa di un pazzo armato ci vorrebbe più gente armata per difendersi.
Non ci sto. Se non avessi già rinunciato da prima, sarebbe stata proprio l'elezione di Trump a mettere la parola fine al mio tentativo di raggiungere gli Stati Uniti.

MA
MA
MA

Ma, pur avendo deciso di non tentare più con le aziende americane, non ho rinunciato a quello che è il mio vero sogno. Vivere in un posto vivo, caldo, accogliente, con servizi efficienti, dove lavorare bene. Quindi, anche cambiando destinazione, non ho rinunciato al viaggio.
L'ho fatto diverse volte, ed ogni volta ho capito e imparato qualcosa in più. Ed ogni volta mi sono avvicinato di più al mio obiettivo. E questa volta l'ho centrato.
Un cambio di rotta.
Per 18 anni ho cercato il posto ideale. A tavolino, senza avere la possibilità di andare a provare a starci un po'. Ma è sempre successo qualcosa. Difetti troppo grossi, emersi in un secondo momento, o difficoltà troppo grandi. O tutte e due le cose.
Ed è successo anche questa volta. Un posto che ho conosciuto e amato e a cui avevo dovuto rinunciare tempo fa perché irraggiungibile, è diventato raggiungibile. La possibilità che cercavo da anni è arrivata.
Qual è quindi questo posto? Cosa è successo, come è arrivata questa possibilità?
Ve lo racconto la prossima volta.

domenica 13 dicembre 2015

Senza bussola

Immagine presa dal web
La parte più difficile è questa. Lo sapevo, me lo aspettavo, ma nonostante tutto non ci ero preparato e le difficoltà mi buttano un po' giù.
Prendere la laurea in confronto è stato più facile. Non perché non richiedesse sforzi, anzi..., ma perché mi era chiaro quello che dovevo fare. Tutto più o meno definito: programmi, date degli esami, materie da studiare. Era ben difficile fare del lavoro inutile.

Ora è diverso. Proviamo a riassumere cosa è successo in questi mesi. Un mese e mezzo dal giorno della proclamazione, qualche mese in più da quando ho finito gli esami.

Ho preparato il mio cv, ci sono state due gentilissime volontarie, che ringrazio ancora qui, che si sono offerte di revisionarmelo e che lo hanno migliorato molto.

Ho mandato delle applications ad alcune aziende. Non sono moltissime (circa una quindicina per ora) perché il lavoro è impegnativo. Non sto mandando cv a tappeto a tutte le aziende che trovo. Non servirebbe e potrebbe essere controproducente. Sto procedendo così:
- Cerco gli annunci di lavoro in zona. Inizialmente ho ristretto la ricerca alla sola San Diego, che è la città dove preferirei abitare. Ora sto includendo anche Los Angeles. E' molto più grande e ci sono più aziende.
- Seleziono l'azienda. Qui potrei prendermi dei fischi. Tante volte ho sentito che quando si cerca lavoro non bisogna andare troppo per il sottile e accettare qualunque cosa. Può essere la cosa giusta da fare quando si ha assoluto bisogno di lavorare, non quando si cerca di migliorare la propria situazione.
Consultando questo link si può sapere se un'azienda ha già sponsorizzato dei visti o delle green card. Ci sono aziende che hanno già fatto questa trafila tante volte, altre che non potrebbero nemmeno farla, alcune perché sono troppo piccole, altre perché lavorano con enti governativi dove è richiesta la cittadinanza americana per poter mettere mano a dati riservati.
Un'altra cosa che mi importa è il work-life balance. Detto chiaramente, non ho intenzione di finire a lavorare 50/60 ore alla settimana come fanno in molti da quelle parti. Non mi interessa diventare ricchissimo e andare in giro in Ferrari, il tempo è una risorsa preziosa, che vale più dei soldi.
Tento di evitare le aziende di consulenza. Ho parlato qui di questo mondo, da cui sto cercando di uscire. Se fosse necessario potrei rivedere questo criterio e tentare il salto attraverso una di queste aziende, ma non per rimanerci.
- Se l'annuncio pubblicato dall'azienda è per un profilo molto diverso dal mio, ma l'azienda potrebbe essere interessante, cerco se ce ne sono altri più calzanti, sempre della stessa ditta.
- Se posso competere per la posizione, personalizzo il resume e la cover letter per adattarli al massimo all'annuncio. Non li riscrivo da zero ogni volta, il resume ha meno bisogno di essere personalizzato, la lettera di presentazione molto di più, bisogna cercare di far capire a chi legge che sono io la persona che sta cercando.
- Salvo tutto (annuncio, cover letter e resume inviati) e prendo nota. Sarebbe un grosso errore ricevere una risposta e non poter risalire all'annuncio, non ricordare più per che posizione mi sono candidato.

15/20 applications inviate.
- 3 risposte negative. Una dopo 2 giorni, una dopo 10 minuti, un'altra dopo un mese.
- Un'azienda in cui mi hanno chiesto se ho intenzione di spostarmi lì. Ho risposto di sì, poi silenzio totale.
- Un'azienda di consulenza (sì, non me n'ero accorto quando ho inviato il cv) che mi ha contattato, mi ha proposto degli annunci riservati ai cittadini americani (manco se ne sono accorti che non lo sono) e poi, quando gli ho detto che non posso concorrere per quelli, mi hanno detto di continuare a cercare sul loro sito. Lo sto facendo, intanto ho preso contatto via linkedIn con la persona che mi ha risposto, ampliare la rete serve sempre.

Cosa succede dall'altra parte? Pare che alcune aziende facciano una prima selezione dei cv scartandone alcuni appena ricevuti, altre invece stabiliscono un periodo in cui ci si può candidare e, dopo questo termine cominciano a scartare. Non sono davvero sicuro che tutti rispondano, come finora mi è stato detto, mi sa che molti non lo faranno affatto.

Come fare a migliorare e a raggiungere l'obiettivo? Non lo so. Sono senza bussola, è quello che vorrei riuscire a capire.
Sicuramente, rispetto a chi è già in USA e ha già un permesso di lavoro o la cittadinanza, sono svantaggiato, ma questo lo sapevo dall'inizio. Provare a esaminare i motivi può forse aiutare:
- Non posso concorrere per qualunque posizione, ci sono lavori riservati ai cittadini USA.
- Il livello di esperienza richiesto per la posizione deve essere medio-alto. Per un entry-level, o un profilo troppo junior hanno probabilmente già tanti candidati a portata di mano, senza bisogno di impelagarsi nel lavoro che serve per ottenere un visto. Qualche volta ci provo comunque.
E qui è difficile. In teoria lavoro in informatica da 5 anni, ma io so (e non lo dico) che non sono 5 anni veri, che per la maggior parte di questo tempo mi hanno dato degli incarichi che professionalmente non mi hanno fatto crescere, che esiterei a chiamare "informatica".
- Negli annunci di lavoro americani sono spesso richieste delle competenze e delle metodologie di lavoro che in Italia non si sono mai sentite nominare. E ti pareva, al solito in Italia l'innovazione è rifiutata e si arriva sempre più tardi su tutto. Acquisire competenze del genere senza averne la possibilità sul lavoro richiede del tempo a casa, per poter cercare di averne almeno un'infarinatura. Insomma, sto più inguaiato di prima con lo studio.

Intanto qui cosa succede?
In poco tempo dovrò sostituire la mia auto. Ormai non è più in condizioni di passare la prossima revisione, che sarebbe a luglio. Speravo di potercela fare prima ad andare via, in modo da non aver bisogno di un'altra macchina. Ora temo di non potercela fare, mi sto già muovendo per fare questo cambio, cercando un mezzo non troppo vecchio (nuova non ci arrivo a comprarla) e dai costi di mantenimento mooooolto bassi come la Twingo che mi sta lasciando. Tanto, a lavorare ci vado coi mezzi quasi sempre, però quando la macchina serve, serve.
Sul lavoro ci sto pensando. Nell'azienda dove sono le prospettive di poter fare dell'esperienza "rivendibile" sono poche. Allo stesso tempo non so se ci sono molte alternative in Toscana e vorrei evitare un trasloco "intermedio" in una zona come Milano, dove potrei tentare anche di facilitare questo passaggio. Un trasloco con la famiglia è costoso, in termini di tempo, soldi, sofferenza, va affrontato per andare in un posto gradevole, non in uno dove non vorrei assolutamente rimanere.

Dal giorno della laurea ho ricevuto diverse proposte di colloqui di lavoro. Alcune aziende si sono fatte dare l'elenco dei laureati dal politecnico e mi hanno contattato.
Se avessi assoluto bisogno di lavorare non avrei problemi, questa è già una situazione invidiabile. Purtroppo queste aziende sono tutte in zona Torino - Milano (vedi sopra) e, spesso, si tratta di proposte rivolte a chi si è appena laureato ed ha esperienza zero (qualcuno ci ha anche messo lo stipendio nell'offerta, che è poco più della metà del mio attuale). Rispondo, con la massima cortesia, che lavoro da alcuni anni, che se hanno qualche possibilità in Toscana ne parliamo volentieri.

Probabilmente la strada per l'America passa per un cambio di lavoro qui. L'ideale sarebbe trovare un'azienda che abbia sedi sia qui che in California ed ottenere di essere poi trasferito, ma non so proprio se si riesce.

Quando un modo di fare non funziona bisogna fermarsi a riflettere e cambiare strategia.

domenica 8 novembre 2015

ATS e la mosca contro il vetro

Eccomi qui di nuovo a tediare i miei lettori con la ricerca di lavoro dall'altra parte dell'oceano.
Prima voglio ringraziare una persona che ha sempre una buona parola nei momenti difficili. Una buona parola non significa sempre "quello che fa piacere sentirsi dire", ma anche cose meno piacevoli, scomode, ma sincere, che danno una scossa. E le belle amicizie sono proprio queste.


Ho preso il coraggio, tutto quello che avevo messo da parte in questi anni, e l'ho fatto. Ho mandato il mio primo resume ad un'azienda americana.
Ho curato al massimo tutto quello che mi è venuto in mente, ogni singola parola, l'impaginazione, la sintesi.
Ho parlato qui del resume americano. Ho usato molto Glassdoor per capire tante cose: per vedere come è fatta dal di dentro un'impresa, per capire quanto si guadagna per una determinata posizione, per scegliere un'azienda che offra un buon work-life balance ecc.
Un altro strumento che può essere comodo a chi vuole informarsi sui salari relativi ad un determinato lavoro è payscale, che fornisce, su richiesta, dei report dedicati per settore lavorativo, esperienza, ecc.
Ringrazio tanto anche due persone che mi hanno aiutato a redigere il mio resume. Rita, prima e Anna, poi, hanno messo gentilmente a disposizione la loro esperienza per darmi una mano. Voglio che sappiano che sto cercando ancora un modo di ricambiare la loro gentilezza.
Il resume redatto grazie a loro è, secondo me, molto bello ed efficace. Mi sono deciso a mandarlo ad un'azienda dopo aver ben studiato cosa questa impresa offre e cosa cerca.

Purtroppo non è andata. Ma sono rimasto piacevolmente sorpreso da un paio di cose:
1. Mi hanno risposto, e anche molto gentilmente per dirmi che "hanno controllato le mie esperienze e capacità e al momento non hanno aperta una posizione adatta", e l'hanno fatto anche subito. Una grande dimostrazione di rispetto, che permette a chi cerca lavoro di non perdere tempo ad aspettare risposte che non arriveranno mai.
2. Il mio profilo su linkedIn è stato visitato da qualcuno all'interno dell'impresa. Significa che almeno devo aver passato una prima scrematura, o comunque mi piace crederlo.

Non dovrei rimanerci male per una prima candidatura non andata a buon fine ma, stranamente, ho accusato il colpo. Sarà proprio perché, invece di mandare cv a raffica a tante aziende, come ho fatto quando dovevo trovare per forza un lavoro in poco tempo, ora sto dedicando molto tempo per cercare di sparare poche cartucce e colpire subito l'obiettivo.

Contemporaneamente ho avuto la possibilità di far esaminare il mio resume anche da un'azienda che si occupa proprio di prepararli per presentare al meglio ogni candidato. E' un servizio a pagamento, che costa dai 100 dollari in su, ma ti offrono una prima valutazione gratis.
Mi hanno ripetuto una cosa che mi aveva detto tempo fa Monica: molte aziende utilizzano un sistema di scansione computerizzato che cerca le parole chiave. Mi ero già premurato, per questo, di non farle mancare.
Per dirla tutta, è un sistema che non mi piace. Se in Italia si dice che un cv viene visto in pochi secondi e per questo si deve essere incisivi, in USA un resume rischia di non arrivare mai a essere visto da un essere umano. Se penso alla mia collega, che di cv ne vede tanti ogni giorno, che cerca di capire ogni volta che persona c'è dietro a quel foglio che viene presentato, storco il naso.
Ma, quando di richieste ce ne sono tante, un sistema per filtrarle dovranno pur adottarlo, e bisogna adeguarsi.

Certo, una prima risposta negativa non ha nessun significato, ma è necessario far tesoro di questa occasione e non fare l'errore della mosca.

Immagine presa dal web

La mosca cerca di uscire dalla finestra attraversando il vetro. Ci riprova mille volte, sbatte sempre e continua a fare lo stesso errore. Lo facciamo spesso anche noi.
Quand'è che la mosca riesce a trovare la strada per uscire? Quando si allontana un po' dalla finestra e vede meglio qual è la strada da prendere.

Ecco, mi costa, ma un passo indietro lo faccio. Condivido con voi lettori queste riflessioni:

- Il mio resume, al momento, non è ATS-friendly. ATS (Applicant Tracking System) è il tipo di software utilizzato per scansionare i CV. Il formato pdf non è il più leggibile per i programmi di scansione. Addirittura, secondo quello che mi viene segnalato, questi programmi tirano fuori delle informazioni sbagliate su dati chiaramente visibili (residenza, ultimo datore di lavoro, ecc.)
Allo stesso tempo non mi ha convinto il consiglio dell'azienda che l'ha esaminato, di utilizzare il formato .doc.
Il formato che i programmi possono interpretare meglio è quello di solo testo (per intenderci, quello che si redige col blocco note), che non ha fronzoli. Ogni abbellimento che aggiungiamo (formattazione del carattere, elenchi puntati o numerati, immagini, ecc), per questo tipo di programmi è spazzatura e può arrivare a nascondere quello che vogliamo mostrare.
Allo stesso tempo, se il file viene esaminato da un essere umano, è importante che la sua presentazione sia curata e gradevole all'occhio. Difficile da fare senza l'aiuto di un minimo di grafica.

- Il profilo linkedIn è importante e va curato. Crearlo e lasciarlo incustodito può non bastare. Sul famoso portale si possono specificare le proprie competenze, ma anche confermare quelle dei propri contatti. Un conto è vantare una capacità, un altro è avere 30 persone che lo confermano. Aggiornare il proprio profilo con una discreta frequenza permette di avere più visite, così come cercare di espandere la propria rete.

- Sul fatto di affidarmi a un servizio a pagamento perché facciano il lavoro di presentarmi (possono fare anche tutto: resume, cover letter, profilo linkedin...) ho un po' di dubbi. Il mio resume è stato esaminato già da due professioniste che mi hanno dato dei consigli molto convincenti, che ho seguito. Ho ancora delle indicazioni da seguire. Se questo non dovesse essere abbastanza, potrei anche affidarmi a un'impresa che se ne occupi, ma anche qui non sarebbe facile sceglierla, capire se potrebbero fare un buon lavoro, fidarsi. Ci penserò, ma non adesso, per il momento provo a migliorare con le mie forze.

Spero che quello che scrivo possa anche essere di aiuto a chi legge, mi piacerebbe molto sapere la vostra.

venerdì 18 settembre 2015

la porta a vetri e il resume americano

Rieccomi qui a parlare del mio tentativo di espatrio.
Nel giro di un paio di mesi ho riassunto anni di vita e di speranze, di tentativi, di riflessioni. Chi vuole guardare le puntate precedenti può cercare l'etichetta "la terza scelta".
Obiettivo: California del sud. Un posto dove è molto difficile potersi stabilire, per il costo alto della vita e perché ottenere un permesso di lavoro negli USA è un processo lungo e faticoso.

Ho cercato, quindi, per prima cosa, di capire quanto è necessario guadagnare per poter mantenere una famiglia da quelle parti e se avrei la possibilità di avere questo trattamento economico.
Se non avessi scelto di fare il programmatore probabilmente avrei cambiato obiettivo (l'ho già detto, vero?). Molta gente infatti è scoraggiata dal fatto che un reddito medio in California costringe a contare i centesimi per fare la spesa, molte persone (anche tra chi ci è nato) cercano, negli USA uno Stato più economico. Perché il costo della vita varia molto da una zona all'altra, gli stipendi no, fatta eccezione per alcune piccole zone come la Silicon Valley.

Prendete col beneficio del dubbio queste affermazioni, non ho modo di verificarle personalmente adesso e non ho voglia di usare il condizionale per tutto il post.

A conti fatti, sembra che gli informatici, comunque, siano trattati bene. Abbastanza da poter sostenere i costi californiani, anche senza diventare dei Paperoni.

Uno strumento valido per ottenere queste informazioni è Glassdoor. Poco usato in Italia e tantissimo in America, almeno per l'informatica, questo sito dà gratuitamente informazioni sulle singole aziende, sugli stipendi offerti, sui benefit, su come si vive in azienda e tanto altro. Sono le stesse persone che ci lavorano a fornire questi dati, in forma anonima. Ognuno può scrivere una recensione sulla propria azienda, indicando anche quanto guadagna, ecc.
Ovviamente quello che si trova su glassdoor va preso con le molle, chiunque può scrivere che guadagna un sacco di soldi, che gli danno l'ufficio con due piante di ficus, quattro segretarie ed elicottero aziendale, ma si spera che, quando ci sono molte recensioni, le minchiate siano confinate a una piccola parte. E per alcune aziende i dipendenti (o ex dipendenti) che hanno scritto qualcosa sono migliaia.
Glassdoor pubblica anche le offerte di lavoro, se ne può approfittare anche quando si trova un'offerta per un profilo differente per capire quali sono le aziende del territorio e farsi un quadro chiaro.

E ho passato qualche giorno alle prese con una pagina, dicasi una banale paginetta, che mi ha messo un po' al tappeto.
Il famigerato resume americano.
In Italia si manda in giro un documento più grande, in cui si devono condensare tante informazioni ed esiste un formato predefinito molto discusso che è l'Europass. Se lo utilizzate, vi chiederanno perché e vi diranno che non è bello, che i cv europass sono tutti uguali e non denotano personalità. Se non lo fate vi chiederanno perché non l'avete fatto e vi diranno che bisogna usarlo per dare al selezionatore, a colpo d'occhio, tutte le informazioni di cui ha bisogno.
Si chiede di non superare le due pagine, ma spesso si va oltre. Il cv che la mia azienda manda ai clienti quando mi propone è di 7 pagine, con descrizione di tutti i progetti svolti.

Il resume americano, ne ho scaricati a decine per prendere spunto, è di una pagina sola. Grafica spartana al massimo (potrebbe stare tranquillamente in un file di testo da blocco note). Ci sono un po' di sezioni, che da un resume all'altro variano molto. Come dire, ognuno sintetizza e organizza i dati un po' come gli pare, e non supera mai una pagina.
Qualche scrupolo me lo faccio, visto che i cv vengono visti in pochi secondi e chi non dà le informazioni a colpo d'occhio viene scartato. Ma se non si deve nemmeno girare pagina, è più facile che un resume venga letto tutto.

Perché questa differenza così forte? Non lo so, forse in Italia si tende a mentire di più e quindi i dettagli (progetti svolti con descrizioni non proprio sintetiche) servono a rafforzare le affermazioni, mentre negli USA si tende a credere di più a uno "skill summary" dove, se scrivo che conosco jquery mi si può credere sulla parola?

Quel che è certo è che ci ho faticato un bel po' con questo documentino. Ho tirato fuori, nelle prime righe, una presentazione personale che dovrebbe colpire i selezionatori (e qua il condizionale è d'obbligo) e ci ho messo giorni per scrivere quattro righe. E anche col resto ho faticato un pochino. E' il caso di scrivere "android" e altre parole chiave nello skill summary, se ci ho fatto solo qualcosina, e non di recente?

Non è stato facile compilare questo resume. E' un'esperienza che ti cambia. Anche se l'avevo già fatto più volte, questa volta devo essere davvero convincente, in pochissime righe. Invogliare un selezionatore a scegliere me tra diversi candidati. Dargli dei motivi per farlo.
Spesso il curriculum è un diario delle esperienze, dei lavori svolti, delle competenze acquisite. E a volte non è richiesto altro. Nel mondo italiano dell'informatica, fatto quasi solo da aziende di consulenza, si va per parole chiave: Spring (2 anni), C# (3 anni) ecc.

Questo serve di sicuro. Ma per puntare a uscire da questo ambiente e a lavorare in un'azienda che mi faccia crescere al suo interno, devo farmi conoscere come persona, far emergere i lati migliori, quelli che possono portare vantaggio a chi mi assumerà. Tutto in poche righe. 
Descrivermi in poche righe significa costruirmi un'immagine con cui presentarmi. Essere pronto a difendere i punti di forza in un colloquio e poi nella vita professionale. Ripensarci mentre sono al lavoro e continuare a far leva su quei punti ogni giorno. 

Mi sono descritto, tra l'altro, come affidabile e come problem solver. Non ho imbrogliato. Gli incarichi mi vengono affidati perché chi me li dà sa che non dovrà testare nuovamente il mio lavoro.
Ho scritto che sono autonomo in ogni fase dello sviluppo. Ed è vero.
Ma questo mi sta portando a fare ancora di più mentre sono in ufficio. Pensando che, se mi sono descritto così, non devo smentirmi oggi.

Un'altra differenza importante è il fatto che sul resume americano non si mettono foto e data di nascita. Indispensabili in Italia, l'età è un'informazione che viene chiesta al primo contatto telefonico se non c'è sul cv. Nel mio caso è pesantemente discriminante, perché ho fatto un altro lavoro fino a 35 anni, poi ho ricominciato da capo. Per me è una ricchezza. Per molti qui no, ad ogni colloquio ho dovuto giustificare il cambio a gente che mi chiedeva con aria schifata "perché ha cambiato?".  Molti altri, chissà quanti, avranno scartato il mio cv solo guardando l'età. E' un po' quello che succede a Fantozzi, che vuol tornare a lavorare dopo la pensione. Anche per questo ho scelto gli USA. Se è vero che l'età non conta, mi conquisto la possibilità di ricominciare davvero. Per quanto ne so, nemmeno in altri paesi europei c'è questa opportunità.

Il forte dubbio che ho è: spedire subito questo resume alle aziende o cercare di arricchirlo con quelle parole chiave che ancora mi mancano? Perché se, da un lato non si è mai pronti, dall'altro ci sono comunque un po' di cosette che so che devo approfondire.

Avrei bisogno di una revisione del mio resume. Avete consigli riguardo alle agenzie che fanno solitamente questo lavoro? C'è qualcuno che si offre volontario per dargli un'occhiata e un parere? Si tratta di una sola pagina.
Grazie a tutti.

domenica 6 settembre 2015

Come, dove, quando e perché. 3) Come. Il brainstorm

Eccomi tornato dalle vacanze. Con la mente un po' più fresca, dopo aver avuto occasione di riflettere tanto, con serenità, su tutti gli aspetti di questo tentato espatrio.
In questo post butto giù tanti pensieri in disordine, per poi riordinarli un po' alla volta.

"Mettiamola cosi’: trasferirsi negli Stati Uniti e’ quasi impossibile. Ma quel QUASI e' come una scala appoggiata a un muro."

Scrive un mio amico qui. All'inizio della sua fatica, tre anni fa. E' stato bravissimo, ce l'ha fatta ed ora, un paio di giorni fa scrive
"I prossimi mesi potranno tingersi di verde".
Una grandissima gioia che condivido con piacere, che mi emoziona molto.

"E' difficilissimo, devi avere una marcia in più perché le compagnie americane decidano di sponsorizzare proprio te, invece di assumere un americano o qualcuno che ha già un permesso di lavoro"
E' il succo di molti commenti a uno dei post precedenti. Verità, tutta la verità, nient'altro che la verità. Ed è inutile prendersela con chi te la mostra, ché non dipende mica da chi ti vuol far vedere le cose come sono, anzi, è solo un aiuto.

Non è una cosa semplice pensare di trovare lavoro e stabilirsi negli USA. Non è come in Italia, dove puoi entrare come turista e, se trovi lavoro, rimanere ed ottenere facilmente un permesso di conseguenza.
Per lavorare negli Stati Uniti bisogna trovare uno sponsor, cioè un'azienda disposta a investire sul lavoratore. Quest'azienda deve convincere poi l'ufficio immigrazione che il lavoratore straniero scelto non è sostituibile da un americano, che è proprio necessario dare un permesso a questa persona altrimenti nessuno potrà assolvere alla mansione. E' per questo che quando, su tutti i siti, forum e blog di italiani in America, qualcuno scrive "vengo anche a fare il lavapiatti", gli viene risposto "legalmente non è possibile".

Che visto ci vuole per lavorare? 
Ci sono molti siti web che propongono l'elenco dei visti esistenti. Quello ufficiale ne mostra una serie, uno per ogni lettera dell'alfabeto. Probabilmente, l'unico che potrei ottenere, eventualmente, è il visto H1B. Queste sigle mi fanno pensare alla "casa che rende folli", delle 12 fatiche di Asterix. Solo che sarà molto più difficile.
Esistono altri visti, dedicati però a situazioni diverse dalla mia (quelli per chi lavora già per una compagnia americana in Italia, i visti per atleti, giornalisti, religiosi, per chi sposa un'americana...) niente, nessuno di questi fa per me.
Per potersi stabilire negli USA ci vuole la green card. Molto difficile che un'azienda si impegni per farla concedere a un lavoratore da assumere, lo farebbe per qualcuno che già lavora al suo interno.
L'alternativa è vincere la green card con la Diversity Visa Lottery. Finora ci ho provato solo due volte, non ho vinto. Si ritenta a ottobre. Una botta di culo così e il problema visti è risolto.

A che punto sono io per arrivarci?
Ho la laurea e qualche anno di esperienza come programmatore web. E a questo punto facciamoci qualche grassa risata. Perché questo possiamo definirlo "il minimo sindacale". Avendo già il permesso di lavoro probabilmente con questo potrei trovare un buon impiego. E' il minimo sindacale perché senza questo minimo posso aspirare solo a un paio di pedate.

Ma voglio incoraggiarmi
Allora, adesso mi permetto di fare il gradasso. La laurea l'ho conquistata lavorando, e il fatto di lavorare non è stato l'unico ostacolo (per chi se lo fosse perso ne parlo qui). A proposito, oggi mi sono iscritto per la sessione di laurea, il 27 ottobre a Torino, chi vuole può unirsi.
Dico sempre che non è nulla di speciale, che può farlo chiunque, e ci sono altre persone che lo fanno, ma ce ne sono molte altre che dicono che è impossibile (e rompono le scatole a chi ce la sta facendo, per parafrasare Einstein).
Ma sono uno scout. E gli scout imparano a dare un calcio all'impossibile. E' questa l'immagine che mi viene in mente quando qualcuno usa a sproposito questa parolaccia.

immagine presa dal web
E, ancora facendo riferimento alla mia vita scout, il motto che, in ogni lingua conoscono gli scout di tutto il mondo è "sii preparato". Per dare un calcio all'impossibile bisogna essere preparati.
Ho già ottenuto qualcosa che molti considerano impossibile. Non deve essere la semplice opinione di chi non ci crede a scoraggiarmi. Quella deve servire solo a farmi valutare correttamente la difficoltà della cosa, non a farmi rinunciare.

Un punto di forza
C'è un punto di forza, su cui posso fare leva. E' il settore lavorativo. Se non fossi un informatico non avrei come obiettivo gli Stati Uniti. Invece i programmatori sono molto richiesti. Basta cercare qualche informazione per scoprire che:
- La maggior parte dei visti lavorativi vengono richiesti per programmatori e analisti.
- Le aziende hanno tanta necessità di informatici da far pressione sul Congresso perché conceda un maggior numero di permessi.

Cosa posso fare
Quel che sto facendo, al momento, è vedere quali sono le aziende di informatica che sponsorizzano solitamente i visti lavorativi, sono quelle a cui bisogna puntare, capire cosa richiedono e cosa offrono.
Un vantaggio che posso acquisire sono le certificazioni internazionali dedicate ai programmatori, è un'altra cosa che sto valutando.
I passi successivi, poi, saranno il preparare un buon resume (da capire come va fatto, visto che c'entra relativamente poco col cv italiano), costruirmi un profilo pubblico come minimo presentabile. Il resto è in fase di elaborazione. Poco a poco, la strategia la devo costruire.

Lo so, con quello che scrivo potrei essere anche di aiuto a qualcuno che mi precederà. E non ci vedo nulla di male. Sarebbe ridicolo pensare che io mi stia dando la zappa sui piedi rendendo noti i passi che sto facendo per raggiungere l'obiettivo.  La logica del non aiutare il prossimo per non farsi superare è la prima cosa da abbandonare, il primo bagaglio da non portare via.

martedì 25 agosto 2015

Come, dove, quando e perché. 2) Dove

Ormai sto scrivendo i post a puntate come le storie di Topolino. Sarà perché mi sono sempre piaciute tanto.
I dubbi sul luogo a cui voglio puntare, sono finalmente sciolti. La maggiore difficoltà è nello scegliere questo posto "a tavolino", senza poterci andare prima, nemmeno per un piccolo periodo, per provare a vedere come ci si potrebbe stare.

Nella prima parte vi ho presentato una cartina. Rieccola.


Da qui ho detto che amplierei di poco le zone verdi per circoscrivere la mia ricerca. Questo è quello che intendo. Mi sono divertito a ritoccarla grossolanamente, come fanno quelli che mettono barba e baffi ai quadri.


Per chi, come me, considera l'Italia un posto troppo freddo (fatta eccezione per l'estate) la ricerca è difficile.
Giusto per essere chiari. A luglio, quest'anno, parliamo del mese più caldo da un secolo a questa parte, ho sofferto anche io il caldo. Ma molto meno di quanto soffro il freddo ogni inverno.
Mentre ora, ad agosto, per me c'è il clima perfetto.

La grossa difficoltà sta nel trovare, all'interno di queste zone verdi, un luogo in cui condurre una vita agiata, senza dover fare i conti ogni giorno con gravi problemi di sicurezza (come mi è già successo e succederebbe ancora in Messico), potendo offrire alla Tremendazza un ambiente, oltre che sicuro, di qualità, in cui crescere.

Il centro-nord Europa, che risponde bene a questi requisiti, che offrirebbe meritocrazia, work-life balance e servizi eccellenti per la famiglia, si trova in zona gialla. Come dire, neanche parlarne.

Ho così deciso di puntare alla parte meridionale della California.
E' strano che proprio io sia arrivato a pensare agli Stati Uniti come destinazione. Li ho evitati come la peste per tanto tempo. Sono stato anti-americano a partire dalla prima guerra del golfo, quando ho cominciato a identificare gli USA come i peggiori guerrafondai della Terra.
Non ho gioito come qualche imbecille quando il giorno del mio compleanno è diventato la data simbolo di una tragedia che ha visto la morte di tremila innocenti ad opera di chi odia l'occidente. Ma non ho mai appoggiato tutte le invasioni volute dalla Casa Bianca, la "guerra preventiva" in Iraq, che non c'entrava nulla e tutti gli interventi militari fatti al solo scopo di controllare le zone chiave del mondo.

A Cremona c'erano due statunitensi a scuola. Uno era una persona di gran cuore e molto intelligente, un ex ingegnere della IBM, con cui ho avuto un bel rapporto. Un altro era uno stupidotto che una volta è venuto a casa (abitava al piano di sopra) per chiedere a me e ai miei coinquilini come mai si forma la condensa sui vetri, perché non ci aveva mai pensato, non si era mai chiesto il perché di questo.
Non so perché, ma l'americano tipo l'ho identificato con questo secondo soggetto. E credo che sia qualcosa di molto comune.

In Messico ho scoperto (ignorantone che sono!) che gli USA hanno invaso metà del territorio messicano e che ne sono ancora proprietari. Che i messicani ce l'hanno ancora con loro per questo dopo 150 anni. Mentre ero in Messico il governo statunitense ha decretato che i messicani hanno bisogno di un visto anche per fare scalo aereo negli Stati Uniti. E i passeggeri vengono imprigionati in una sala d'attesa dalla quale non possono uscire fino al momento della partenza del nuovo volo. Quest'ultima notizia non l'ho verificata, me l'hanno raccontata persone che l'hanno vissuta.

Insomma, non è che l'America abbia conquistato facilmente le mie simpatie. Solo ultimamente ho accettato l'idea che, trattandosi di un territorio e di una popolazione pari a quelle dell'Europa, ci deve essere una grandissima varietà di modi di pensare, che non possono davvero corrispondere, tutte le persone, a questo stereotipo del "gringo idiota". Che non necessariamente il Pentagono fa quello che la popolazione considera giusto.
Finché non mi ha interessato l'idea di andarci a vivere, non mi sono preoccupato di superare i pregiudizi. Passando a lavorare nell'informatica, invece, ho voluto approfondire.

La patria dell'informatica è la Silicon Valley. Una ridente zona che circonda la baia di San Francisco.
(che avrà da ridere, poi?) Tanto per intenderci, parte della zona rosa in questa cartina.

Immagine presa dal web

La maggior parte dei programmatori, e, più in generale, degli informatici, sogna di lavorare qui. Ci sono le sedi principali delle più grandi aziende di informatica del mondo: Google, Facebook, Twitter, Apple e tantissime altre.
Ho voluto saperne di più di questa zona, capire come ci si potrebbe vivere. Per la prima volta, da quando ho iniziato questa ricerca, la rete mi è venuta in aiuto in una maniera che non mi aspettavo.
Ho cercato i blog degli italiani che vivono in California. Il primo che ho trovato, la persona che più di tutte ringrazio, che con i suoi racconti mi ha mostrato questo mondo meraviglioso, è Marica, con Vita a San Diego.
Senza mezzi termini, posso dire che mi ha fatto innamorare di questa zona, ancora prima di conoscerla. Sarà perché il suo ottimismo è contagioso, perché è capace di mostrare il bello ovunque, ma grazie a lei ho cominciato a vedere cosa c'è da quella parte del mondo.

San Diego e la Silicon Valley sono molto distanti, come il nord e il sud dell'Italia. San Diego è al confine col Messico. Sulla cartina è in viola.
La mia ricerca sulla Silicon Valley, però, mi ha leggermente deluso.
L'unico posto di mare della zona è San Francisco, che però, è un frigo. E che famo? Vado dall'altra parte del mondo a cercare il caldo per poi morire di freddo?
Il resto della Bay Area sembrerebbe molto migliore dal punto di vista climatico. Ma tutta la zona sta diventando sempre più invivibile. Troppo cara perché chi ci vive è sempre più ricco, proprio grazie ai proventi di queste multinazionali. Per la gente comune non è facile sopravvivere, e sono in molti ad andarsene.
In più, non mi piacerebbe vivere in un posto in cui tutti fanno lo stesso lavoro, in cui non esiste altro, ed è quello che sta succedendo a San Franciso e alla Bay Area. Chi non fa informatica se ne va perché non può permettersi di restarci. O almeno, questo è quel che leggo.

San Diego, dal punto di vista del lavoro per un programmatore, sembrerebbe nella media degli USA. Non ci sarebbero gli stipendi faraonici della Silicon Valley, ma nemmeno il costo della vita di quella zona. Resta una zona molto cara, anche se più accessibile della Bay Area.
Ho fatto ultimamente un po' di ricerche proprio sul costo della vita e sugli stipendi per accertarmi che sia una cosa fattibile, ma questo lo approfondiamo la prossima volta.

Ho preso in considerazione anche la Florida. Anche lì sole e mare non mancherebbero (mancherebbe però la montagna, che in California sarebbe uno spettacolo), e il costo della vita sarebbe probabilmente inferiore. Dipende, però anche lì, dalle zone. Dai dati che ho raccolto, tra San Diego (relativamente economica per la California) e Miami (probabilmente la più cara della Florida) si arriva più o meno agli stessi livelli. Poi, in Florida, esistono zone più economiche, ma non necessariamente belle come quelle della California.
A me sole e mare piacciono, ma la California offre anche più storia, maggiore varietà di luoghi da visitare nei dintorni (montagne, boschi, ecc.).

Mi rendo conto che può sembrare superficiale dare la massima importanza a questi aspetti, ma non è quel che sto facendo. Ho dato la priorità a lavoro e sicurezza. Queste cose sembrerebbero garantite in California, come in Florida. Se così non fosse, la cosa più facile sarebbe stata optare per il Messico, dove non avrei avuto difficoltà con immigrazione e permessi.

Il problema più grosso che mi pongo, infatti, non è solo quello di trovare un lavoro lì e di stabilirmici, ma di riuscire ad avere un permesso di lavoro. Per ora ho tentato un paio di volte con la Diversity Visa lottery, ma non è andata. E non si può certo contare sulla vincita alla lotteria per risolvere i propri problemi.
Avere un visto lavorativo negli USA, infatti, è la cosa più difficile che ci sia. Bisogna andare negli States a cercare lavoro, trovare un'azienda disponibile ad assumerti e a sponsorizzarti, tornare in Italia sperando e pregando che quest'azienda riesca a convincere il governo a darti un visto lavorativo, aspettare, aspettare e ancora aspettare. E intanto, posto che vada tutto bene, si deve vivere di qualcosa. E poi, una volta ottenuto un permesso di lavoro, non sono sicuro che questo possa essere esteso ai familiari per il loro soggiorno.

La gran parte di queste informazioni le ho avute proprio dagli amici bloggers e poi verificate come ho potuto. E chi mi viene a dire che non aiutano gli altri si becca un calcio in culo dal sottoscritto.

Sono alla ricerca di una strategia (il famoso "come" di cui poi parlerò). Intanto, per dirla in spagnolo "se vale soñar"

mercoledì 19 agosto 2015

Come, dove, quando e perché. 1) Perché

Come ho detto dall'inizio, sto scrivendo questo blog per parlare del mio, spero, futuro espatrio, di come lo sto organizzando, per cercare consigli e opinioni varie.
Molte persone che sono andate a vivere in un altro posto del mondo vengono sommerse di richieste, di indicazioni "come faccio ad andare a vivere dove sei tu?", di curriculum ("mi trovi lavoro?") ecc.
Facendo così non si ottiene nulla di buono. Io chiedo a chi scrive queste mail: "lo fareste voi per qualcuno che vi chiede di venire a vivere in Italia? Ci riuscireste, anche volendo? E se di richieste ve ne arrivassero ogni giorno?"
Vi assicuro che sono persone gentilissime, a me stanno dando una grossa mano. Ma non si può chiedere la Luna. Soprattutto perché ogni situazione è un caso a sé. Chiedere aiuto agli altri non significa pretendere che qualcuno faccia il mio lavoro al mio posto, questo non è possibile.
Invito chi vuole trasferirsi all'estero a seguire questi post e a fare qualche ragionamento insieme a me, ogni intervento è benvenuto.
La mia storia lavorativa, sentimentale, i miei spostamenti, ve li ho raccontati nei post precedenti. Ora invece cerco di sintetizzare (io? Quando mai!) per fare i miei passi.

Come gli investigatori sul luogo del delitto, provo a rispondere a queste domande riguardo il mio futuro espatrio:
- Come?
- Dove?
- Quando?
- Perché?

Prima di tutto: perché? Cosa mi porta a voler lasciare l'Italia? Cosa voglio trovare in un nuovo Paese? Cosa non voglio perdere di quel che ho oggi?
Le motivazioni sono cambiate nel tempo, ma alcune sono rimaste sempre quelle, altre se ne sono aggiunte. Oggi sono queste. Alcune di queste cose le ho anche qui, e non voglio perderle.

1) Per il clima. Io funziono ad energia solare. Soffro il caldo solo sopra i 35-40° ed il freddo appena si scende sotto i 20-25. E sono terribilmente meteoropatico. Ogni inverno mi viene voglia di scappare via, il buio mi deprime tanto. Questo mi porta a restringere molto i miei obiettivi.

Immagine presa dal web

Guardando questo planisfero, amplierei di poco la zona verde e circoscriverei lì la mia ricerca. 

2) Il mare. Mi piacerebbe molto vivere al mare, poterci andare tutto l'anno.

3) Un posto "vivo". Ho vissuto in città dove alle 7 di sera non c'è nessuno in giro, dove la gente è apatica e non coglie mai un'occasione per festeggiare. E cerco l'opposto. Un posto allegro, dove la vita venga presa alla leggera. Per me, che sono un musone, sarebbe terapeutico. Mi importa potermi inserire in una società e non restarne sempre al margine, essere accolto e non respinto. 

4) Il lavoro. Ho cambiato lavoro, passando dall'artigianato all'informatica, illudendomi anche di poter lavorare a distanza, per esempio vivendo in Messico e lavorando per l'Italia. Ho scoperto che a questo livello è quasi impossibile. Che è necessario vivere nel posto dove si lavora. 
L'informatica, fuori dall'Italia, offre molto. Ma non in qualunque Paese
Mi importa che ci sia meritocrazia, perché ho scelto di essere tra le persone che si impegnano per dare dei risultati, ho scelto di essere affidabile, Ho scelto di non prendere mai i meriti degli altri. 
In Italia non funziona così. Qui chi lavora di più e meglio viene sfruttato senza riconoscimenti e chi va davvero avanti è chi sa sfruttare gli altri. Sto sgomitando parecchio. ultimamente, per farmi almeno riconoscere i diritti di legge, ed è una battaglia persa. Qui la mia carriera sarebbe già arrivata al capolinea. Voglio invece che il mio lavoro mi basti per vivere più che dignitosamente e che mi offra anche un buon work-life balance.
Sono convinto che la situazione lavorativa in Italia sia destinata a peggiorare ancora. Forse la disoccupazione diminuirà, ma gli stipendi, già insufficienti oggi per vivere, caleranno ancora. E' quello che ho visto anche in Messico, disoccupazione bassa, ma stipendi che non coprono un affitto.

5) La qualità dei servizi. Scuola e sanità sono i principali. Mia figlia sta per cominciare la prima elementare, l'asilo che ha frequentato è stato a dir poco eccellente, e la scuola elementare promette bene. Poi, però, temo che l'eccellenza finisca lì.
Finora non ho avuto cattive esperienze con la sanità italiana.
Questo punto, infatti, non riguarda "ciò che voglio lasciare", ma "ciò che non voglio perdere". Non è scontato che scuola e sanità siano buone ovunque, va considerato che dove andremo dovranno essere valide.
Per quanto riguarda la Tremendazza, lei sceglierà il suo posto nel mondo, ma sto tentando oggi di offrirle oggi gli strumenti perché possa scegliere al meglio. Capisce già due lingue, sta frequentando una scuola con bambini che provengono almeno da 10 nazioni diverse, è una strada su cui bisogna continuare. Delle scuole che possano valorizzarla al meglio sono una necessità.

6) La sicurezza. Almeno al livello di qui. Sono cresciuto nella città più sicura d'Italia (così dicono le statistiche) dove si può girare di giorno e di notte senza paura, e la sicurezza resta un aspetto fondamentale.
In Messico non c'era. Non c'è da spaventarsi, ma bisogna stare sempre con gli occhi aperti. E' un'altra cosa che non è così scontata in ogni dove.

7) La gente. La cordialità, l'accoglienza, l'apertura mentale, la varietà di razze e culture. Ognuno di questi aspetti meriterebbe un capitolo a sé.

Già da soli tutti questi aspetti sono molto difficili da conciliare. Ed è per questo che ci sto mettendo tanti anni per arrivarci.

Continua (nella prossima puntata, "dove"...)

domenica 9 agosto 2015

Il Messico - la mia esperienza expat

Questo è il blog di un aspirante expat. O meglio, di un ex expat, che aspira a tornare a vivere fuori dai confini del paese natio.
Ultimamente sto scrivendo una serie di post in cui racconto tanto. Ma non so se sto tediando i miei lettori. E ora vorrei continuare raccontando qualcosa di questa esperienza expat.
Facciamo così. Se vi piace e vi interessa ditelo, o date uno spolliciamento qui sotto. Altrimenti cambiamo argomenti.

Come ho conosciuto mia moglie e quanto l'ho cercata l'ho raccontato qui. Ma insieme a questa ricerca ce n'era, e ce n'è anche un'altra: quella di un posto dove mettere radici.
E' successo. Non volevo, ma è successo. Quando sono partito volevo tornare, e donarmi alla mia città. Poi, però qualcosa si è rotto. Ogni volta che tornavo la mia città la riconoscevo sempre meno. E sicuramente, quella in cui stavo è l'ultimo posto in cui avrei voluto restare. E, almeno su questo, rimane ancora così.
Allora ho deciso di cercare il miglior posto del mondo. Sole e caldo tutto l'anno, gente allegra e ospitale, un posto vivo.

Quando sono partito per il Messico per la prima volta avevo paura. Ne ho sempre avuta ogni volta che ho fatto una scelta. Ed è quella paura che mi ha portato ad andare avanti, a capire che stavo facendo la cosa giusta, è quella paura che ho oggi.

Quando, pochi mesi dopo, sono partito per restare, non avevo nulla in mano. Pochi soldi da parte, non avevo un lavoro in Messico e non ce l'aveva più nemmeno mia moglie. Pensavo, e speravo, di potermela cavare come liutaio.
Siamo stati ospitati dai suoi per qualche mese. Intanto mi è stata offerta anche la possibilità di insegnare italiano.
Non ho una preparazione specifica, anzi non ho nemmeno studiato latino. Ma con la grammatica me la cavo bene e mi sono sempre comportato in maniera più che professionale sul lavoro. L'essere poi, tra i pochi madrelingua presenti in una città di un milione di abitanti, ha fatto il resto.

Ho conosciuto A, il direttore della Dante, la scuola di italiano per stranieri diffusa in tutto il mondo.
Se dovessi descriverlo, vi parlerei del dottor Balanzone. Bolognese, colto e amante della buona tavola, mi ha accolto bene e mi ha offerto la foresteria della scuola e un piccolo stipendio. Se non fosse stato per lo stipendio, che era davvero basso, ci metterei la firma oggi, per poter cominciare una nuova esperienza con queste condizioni.
Ma il Messico è così. Non esiste la classe media, ci sono i ricchi e i poveri, e molti lavori, dall'insegnante all'autista, alla segretaria, all'operaio, allo spazzino, sono trattati allo stesso modo, vengono tutti pagati pochissimo e uno stipendio non copre un affitto.
Per gli standard della zona, A. mi aveva offerto anche molto. Ho accettato e intanto ho messo in casa un piccolo laboratorio di liuteria, cercando intanto di promuovermi in zona e completando il violoncello che stavo realizzando.

E lì, a Leòn, nel centro del Messico, lontano dalle mete turistiche dei caraibi, ho trovato tutto quello che chi vive oggi all'estero mi descrive dell'incontro e dello scontro con una nuova cultura.



Perché quando sei lontano non torni a casa per Natale e Pasqua, sei lì e ci rimani. E quello che succede è che devi fare un pacchetto di tutto quello che fino al giorno prima hai dato per scontato e metterlo da parte. Come quegli scatoloni che metti in soffitta, di cose che non butti, ma che un giorno potrebbero servire, e che ogni tanto vai a riprendere.
In parte, e solo in parte, sono stato favorito dall'essere nella città di mia moglie. Ma le novità sono state molte.

Sono cresciuto programmando ogni cosa. Questo concetto in Messico è sconosciuto. Non ho mai sentito un messicano parlare del futuro. Mai, giuro. Il futuro non esiste, esiste solo il presente e ogni problema viene affrontato quando si presenta, mai previsto.
E' un modo di vivere da una parte molto sereno, senza l'angoscia che contraddistingue la vita del primo mondo, dall'altra c'è un'incoscienza totale.

Se due persone vogliono sposarsi lo fanno, non si preoccupano di avere prima un lavoro. Se non possono permettersi di andare a stare per conto loro, intanto vanno a casa dei genitori di uno dei due, poi si sistemano con calma.
Non aspettano anni per sposarsi, anche perché molti desiderano una famiglia numerosa.
Attenzione, la famiglia numerosa che intendiamo noi, 3-4 figli, qui è solo una famiglia media. Numerosa è una famiglia con 7-8 figli.
E come mantenerli?
Ci penserà Dio. I bambini nascono col panino sotto il braccio.

In alcune cose si resta meravigliati in positivo. I lavori pubblici si fanno, e alla svelta anche. Sulle strade lavorano solo di notte, per non intralciare il traffico, e ci sono anche 3-4 corsie per senso di marcia che attraversano la città.
Molta gente la macchina non può permettersela. Ma non è un problema. I trasporti pubblici, tutti su gomma, sono spesso di alto livello. Un autobus che percorre 350 Km offre poltrone comode con molto spazio (se ci si siede vicino al finestrino e ci si vuole alzare non è necessario scomodare il vicino), televisione a bordo con film in prima visione (questo 10 anni fa, ora c'è anche il wi-fi, leggo dal sito), bagno a bordo (pulitissimo) e un piccolo rinfresco (panino e bibita per un viaggio di 5 ore).



Frequenti e puntuali (un percorso che in Italia viene coperto con 2-3 corse al giorno ne prevederebbe in Messico una ogni ora), permettono al viaggiatore di non dover mai programmare nulla. Vuoi partire? Vai in stazione, compri il biglietto e parti.
Quando, a scuola, un esercizio di italiano prevedeva di programmare una giornata con più spostamenti e c'era un orario dei treni, nonostante io cercassi di spiegarlo al meglio, nessuno ha mai voluto provare a farlo. Tutti, e dico tutti, mi hanno risposto "non ci capisco niente", e non era una questione di lingua.

Continua (se vi piace)...

mercoledì 13 maggio 2015

Body rental


Body rental... affitto di corpi. Suona un po' come "prostituzione", e alla fine non è nemmeno tanto diverso.
Gli italiani l'inglese non lo sanno. Ma ad usarlo a cazzo di cane sono i primi.

Ma che cos'è il body rental? E' ormai lo standard, la normalità del lavoro in informatica. Almeno in Italia. Il miglior modo di rendere stabile il precariato.

E' quello che mi avrei voluto sapere quando ho cominciato a studiare. Non avrei cambiato idea, ma forse sarei riuscito a muovermi meglio in questa palude. Eppure, per quanto abbia cercato di chiedere informazioni pochi anni fa, questo mondo l'ho scoperto solo standoci dentro.

Come funziona, dunque, il lavoro, per un programmatore di software, oggi, in Italia?
Diciamo innanzitutto una cosa: va meglio rispetto ad altri settori. Un po' di lavoro c'è. Anche se quasi tutto concentrato a Milano e poco più di qualche briciola nelle altre grandi città del centro-nord.

L'Italia, si sa, da tempo non è più la terra delle invenzioni, delle innovazioni. Allora a cosa serve l'informatica? Soprattutto alle banche. E, in misura molto minore, ad altre grosse aziende (grandi fabbriche, catene di supermercati, compagnie petrolifere ecc).
Ci si aspetterebbe, dunque, che queste aziende assumano informatici, tanti quanti gliene servono, e non sarebbero pochi.

E invece no!
Come no?
No, non li assumono.
Assumere? Che significa? Parola ormai cancellata dai dizionari di italiano da qualche versione a questa parte.

Lo hanno fatto in passato. Ed ora hanno al loro interno già un certo numero di dipendenti. Non necessariamente tutti utili.
Ma ugualmente avrebbero bisogno di un certo numero di lavoratori in più. Un buon numero. Si sono inventate questo sistema che servirebbe, in teoria, per gestire i picchi di lavoro. Li prendono in affitto. Da qui il termine "body rental".

Se questa soluzione fosse applicata in maniera corretta, sarebbe anche buona. La banca X ha bisogno di 20 persone in più, ma solo per qualche mese, e le prende in affitto.
Da chi?
Da aziende che fanno esattamente questo lavoro. Le società di consulenza. Che in teoria dovrebbero avere al loro interno delle persone preparate, da collocare su richiesta dei clienti. Un po' come mandare gli operai sul cantiere.
Bene, se la società di consulenza assumesse le persone che manda "sul cantiere".
Bene, se la società di consulenza garantisse ai suoi lavoratori una copertura lavorativa continua. E se li formasse.
Bene, se questo sistema servisse solo a gestire picchi di lavoro e se il cliente poi assumesse le persone più meritevoli. Sarebbe per il lavoratore un modo di inserirsi poi in un'azienda e rimanerci.

Non avviene nulla di tutto ciò.
Molto spesso la società di consulenza non conosce affatto le persone che manda a lavorare. Il titolare di queste aziende accompagna il candidato a fare un colloquio presso il cliente, presentandolo come un dipendente che da anni è presso la sua azienda e falsificandone il cv (negli annunci o nelle mail di contatto è specificato che il candidato deve presentare all'azienda di consulenza un cv in formato doc. Questo documento verrà modificato, verranno aggiunti anni di esperienza inesistenti presso la società di consulenza).
Non è difficile che il candidato e il titolare della società di consulenza si conoscano davanti alla sede dell'azienda cliente.

Una volta che il candidato, inventandosi quello che il cliente vuole sentirsi dire, passa la selezione, la società di consulenza gli fa un contratto. A progetto. Per l'esatta durata del lavoro presso il cliente. Il rischio che qualcosa vada storto e il lavoro finisca prima se lo becca il lavoratore. E l'azienda di consulenza non rischia nulla, non mette in gioco niente. Spesso non ha una sede fisica, o ha un piccolissimo ufficio per i colloqui. O prende anche quello in affitto.

Se il lavoratore (il consulente) è bravo e fortunato, i contratti gli verranno rinnovati a oltranza. Se lo è ancora di più, potrà essere assunto presso l'azienda di consulenza (più raramente, è il mio caso).
All'azienda cliente va bene così. Non assume mai, nemmeno con contratti precari. Nemmeno quando un consulente lavora presso l'azienda cliente da 15 anni.
Non è che le aziende clienti siano all'oscuro di questi meccanismi. Allora perché si rivolgono alle società di consulenza? Perché non fanno almeno un contratto precario al lavoratore? Perché poi non cercano di assumerlo? Per clientelismo, per amicizia tra chi c'è in un'azienda e chi c'è nell'altra. Magna tu che magno io.

E il consulente, se ha un contratto da precario, può essere pagato meno di quanto previsto dai contratti nazionali, senza ferie, malattia, tredicesima, tfr.
All'interno dell'azienda cliente esisterà sempre la differenza tra dipendenti e consulenti. I dipendenti, quelli che ce l'hanno fatta fino a qualche anno fa, avranno dei contratti migliori, la possibilità di crescere, di fare carriera. I consulenti no. Mai, nemmeno quando verranno dati loro degli incarichi di responsabilità. In molti casi si lavora bene insieme, in altri esiste una discriminazione forte. In alcune aziende hanno diviso la mensa dei dipendenti da quella dei consulenti. In altre dipendenti e consulenti sono divisi anche se lavorano insieme (e devono fare chilometri o telefonarsi continuamente per lavorare insieme).

Tra qualche giorno verrò spostato, come una pedina. Da Firenze a Viareggio. E vorrei tanto che non fosse vero.
Non è che volessi restarci ancora a lungo, ma questo cambio mi fa soffrire molto. Lascio delle persone a cui mi ero affezionato molto e devo tornare in sede, dove non volevo stare. E, visto che poi, dopo la laurea, comincerò a muovermi davvero per andare via dall'Italia, con i miei colleghi di Firenze sarà un addio. Loro questo non lo sanno, ma ho voluto ringraziarli uno per uno per come mi hanno accolto. Gliel'ho scritto "vi ho voluto bene e non vi dimenticherò". E ho pianto.

Questo è quello che voglio lasciare, sperando, cercando con tutte le mie forze di trovare una situazione migliore, un'azienda in cui crescere. Arrivo a questa battaglia con le armi spuntate, non tanto perché la laurea la prenderò dopo i 40 anni (ormai dovrebbe mancare poco), ma perché non mi è stata data finora la possibilità di fare molta esperienza utile. Ho bisogno di riprendermi, di uscire da questo sconforto.
E, come sempre, devo farcela. Non posso permettermi di arrendermi. Non ho mai potuto e non posso adesso.

domenica 1 febbraio 2015

...e quello che non voglio perdere



Qualcuno ha notato che il post precedente finiva con i puntini di sospensione?
E' perché quella era la prima parte e questa la seconda. Due piatti della bilancia, su cui è molto difficile mettere i pesi giusti.
Pochi giorni fa, dicendo più parolacce che in tutto il resto del blog, e con tanta rabbia, ho parlato di una delle mie tante esperienze negative con la scuola italiana. E adesso qui vengono quelle positive.
Ne voglio parlare non solo per essere onesto e dare a Cesare quel che è di Cesare, ma perché nella scelta di espatriare il fatto di avere una figlia che tra pochi mesi comincerà la scuola elementare è tra gli aspetti più importanti.

Quali e quante sono le cose da valutare in un sistema scolastico?

Sicuramente per prima cosa gli insegnanti. Credo che siano quasi tutto ciò che conta. Dei bravi insegnanti riescono a formare degli ottimi alunni anche in una scuola che cade a pezzi, mentre i fannulloni possono avere a disposizione le migliori risorse e sarà sempre uno spreco. O almeno, questa è l'idea che mi sono fatto. E posso dire di conoscere molto bene maestri e professori, come lavorano, come si organizzano, cosa si inventano per poter lavorare bene, visto che i miei genitori lo erano e i miei nonni anche.
E' stata mia nonna ad insegnarmi a leggere e scrivere, molto prima di cominciare la scuola. Finché non ho cominciato a lavorare io non ho conosciuto altra realtà che quella della scuola.

I programmi di studio, le materie sono un altro aspetto importante. Programmi e materie adeguati al mondo del lavoro che si deve affrontare rendono utile tutto il lavoro che si fa, piacevole l'esperienza, mentre studiare con la consapevolezza che quello che si sta imparando non servirà mai a nulla è frustrante. Allo stesso tempo, però, siamo esseri umani, non macchine che servono solo a lavorare. Se vogliamo dare un valore a ciò che Dante ci lascia in eredità:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza
allora possiamo anche pensare che la scuola debba darci non solo lo stretto necessario per lavorare, ma arricchirci, renderci persone migliori. Il voler dare però una cultura generale a tutti non deve portare all'eccesso italiano di non insegnare a nessuno il proprio futuro lavoro.

Altri aspetti da valutare non me ne vengono in mente. Le attrezzature a disposizione, l'uso di strumenti moderni possono essere importanti, ma fanno davvero la differenza? E' davvero così determinante scrivere su un quaderno o su un tablet? I bambini sanno usare lo smartphone, il tablet e il pc di mamma e papà a 3 anni. Imparare anche a scrivere con la penna non è mica sbagliato.

Un mio fortissimo desiderio, da quando ho deciso di avere una figlia, è che la sua esperienza scolastica sia completamente diversa dalla mia.
Io ho odiato tantissimo la scuola, per tutto il tempo in cui ci sono stato. Odiavo la mia maestra, impositiva e violenta. I miei professori delle superiori, in gran parte, erano così inqualificabili nei loro comportamenti, che ne desideravo la morte. E solo dopo tanti anni mi sono deciso a cominciare l'università, per scoprire, comunque, che non è cambiato nulla nemmeno adesso.

O meglio, non è cambiato nulla per me. Per la Tremendazza invece l'inizio è stato una favola meravigliosa.
D'accordo, parliamo dell'asilo. Non è ancora una scuola vera e propria, ma della scuola ha già molto. Maestre, compagni, regole, anche se si tratta di giocare tutto il giorno.
E come ogni genitore ho avuto qualche timore quando per lei è arrivato il momento di cominciare. Eravamo a Lucca da pochi mesi, sapevamo a stento dove si trovavano le scuole e non avevamo nessuno a cui chiedere opinioni sugli asili della zona. Uno dei due possibili a un passo dal parco giochi. Ma tra i genitori dei bambini che lo frequentavano, nessuno ci sapeva dire nulla. O avevano figli troppo piccoli o venivano da altri quartieri, nessuno si sbilanciava.

Ci siamo decisi, scegliendo l'asilo per l'ubicazione e senza conoscere le maestre. All'inizio l'abbiamo mandata solo per le 4 ore della mattina, sperando che ci si trovasse bene.

L'inserimento è andato così: il primo giorno l'abbiamo accompagnata insieme, molto presto perché poi io dovevo partire per il lavoro. Siamo arrivati per primi. La Tremendazza si guarda intorno e chiede alla maestra: "non c'è bimbi?", già impaziente di giocare coi suoi coetanei. Pochi minuti e devo scappare via. Lei non ci fa caso. La mamma si ferma mezz'ora, finché la Tremendazza, desiderosa di continuare a fare monellerie in piena libertà senza controllo le impone "mamma, va via". Fine del periodo di inserimento.

Tempo pochi mesi e siamo passati al lasciarla lì a pranzo, poi anche il pomeriggio.

Da allora e per questi tre anni che stanno finendo non ho fatto altro che ringraziare le maestre per il loro lavoro, con tanta commozione. Sono state eccezionali. Eccezionali è dire poco, ma le parole non mi bastano. Un rapporto splendido con i bambini. Sono riuscite a mettere insieme 20 pargoletti di almeno 10 nazionalità diverse. Magari a 3 anni non sanno nemmeno cosa vuol dire arrivare da ogni parte del mondo, ma non tutti i genitori parlano italiano.
I bambini escono dalla scuola e vogliono stare ancora insieme nel parco giochi. Si invitano alle feste e si vogliono un gran bene.

Si vede la differenza tra quando lei va a scuola e quando manca. Le bastano pochi giorni di assenza per diventare più capricciosa. E vuole andarci. Se si ammala e deve mancare piange. E noi ci chiediamo "ma da chi ha preso? I bambini non fanno finta di essere malati per non andare a scuola?"
Di questo asilo posso dire che è un'eccellenza italiana. Non è famosa come le università migliori, ma lo meriterebbe.

Tra pochi mesi l'asilo finisce e comincia la scuola elementare. Nello stesso edificio, al piano di sopra. Le maestre della scuola elementare sono passate nella classe dell'asilo a trovare i bambini e li hanno portati di sopra a vedere la scuola.

Poi è stato organizzato l'open day. I genitori hanno visitato la scuola elementare ed hanno avuto occasione di parlare con una delle maestre che avrà la prima l'anno prossimo. A noi è sembrata una persona dolcissima, ci ha dato un'ottima impressione. Dopo qualche giorno un incontro con le maestre e con la direttrice. Una presentazione completa del programma, dei metodi, domande da parte dei genitori ecc.

- Otto ore al giorno a scuola già a 6 anni. Ma non sono troppe?
- In prima e in seconda solo le prime 2 ore sono di lezione vera e propria, poi mezz'ora di intervallo, altre attività più "leggere" (disegno e simili), poi a pranzo e ancora un'ora e mezza di gioco libero, e l'ultima ora e mezza di lezione. Compiti a casa solo per il fine settimana in prima e seconda.

Così spaventa molto meno. Ci sta già tutto quel tempo a scuola. Certo, il rito del pranzo a casa è andato a farsi benedire. E io che speravo, e spero ancora, di poter reintrodurre il pranzo come momento della famiglia. Ma mi sa che a mia figlia gliene frega già poco.

Poi alcuni genitori fanno polemica sull'inserimento dei bambini stranieri. Quanti ce ne sono? E la direttrice risponde che chi vuole dei dati può scriverle, ma al momento non sa dirglielo. Li tranquillizza sul fatto che spesso arrivano a scuola già alfabetizzati, conoscono l'italiano bene e non rallentano l'apprendimento. Che ci sono ore dedicate a chi si inserisce arrivando dall'estero o che ha bisogno di supporto.

E io chiedo come si regolano, sapendo che in un'altra scuola avevano fatto una segregazione assurda: una classe di lucchesi ed una di non lucchesi: altri italiani, stranieri, rom, tutti concentrati in una classe sola. No, lì distribuiscono gli alunni in modo da non creare nulla del genere. "Mi importava molto che non si perdesse la ricchezza che comporta avere delle classi eterogenee" commento. Quattro genitori in quel momento si alzano e se ne vanno. Non so se perché è tardi o se scandalizzati dal mio commento. E poi la direttrice mi spiega che nell'altra scuola, per quanto ne sa lei, c'è stata una forte pressione da parte dei genitori perché si dividessero le classi in quel modo.

Classi piccole, lavori manuali, molte ore a disposizione per imparare a ritmi tranquilli, la scuola di mia figlia ci ha conquistati tutti e tre.

E qui mi chiedo. Quanto ci resterà? Un anno? Due? Tutti e cinque? Mica lo so.

Andare via dall'Italia non è solo un desiderio per me. Temo che sia necessario. Qui, per quanto qualcuno voglia farci credere che arriverà la ripresa, sono convintissimo che il peggio debba ancora arrivare, che il grosso della crisi economica sarà quello che vedremo nei prossimi anni. E che restare qui sia sempre più una follia, specialmente per chi ha figli.

E le perplessità sono forti. Continuità didattica italiana contro il sistema americano che prevede il cambio di insegnanti e compagni di classe ogni anno. L'ho sempre trovato assurdo, mi viene difficile pensare il contrario. "Continuità didattica" è la parola che a casa mia si sentiva spesso, come una necessità importante. In nome di cosa si dovrebbero rimescolare le classi e cambiare maestre? Mica mi convince questa storia.

E dall'altro lato penso che il grosso male dell'Italia sia la resistenza al cambiamento. Un Paese che sta affondando perché ha rifiutato l'innovazione ogni volta che ha potuto. E che continua a farlo spesso. E forse questa resistenza al cambiamento comincia già da piccoli, abituando i bambini a non cambiare mai nulla. Un passaggio "ammorbidito" anche da un grado scolastico a un altro è davvero positivo. Prima o poi, da piccoli o da grandi, ci si trova a dover cambiare completamente ambiente, a ricominciare tutto da zero. Non è traumatico se si comincia da grandi?
E' possibile non perdere la bellezza di quello che abbiamo oggi anche cambiando Paese?

martedì 27 gennaio 2015

Quello che voglio lasciare...

21 gennaio, ore 10.30 ah, direttamente nell'ufficio del prof.
Controlli automatici. Un esame infame. Il più difficile dei ventinove sostenuti finora.

Non che gli argomenti siano poi così difficili, è che studiare da soli su materiale scadente è un percorso a ostacoli.
Non è come quando si seguono le lezioni. Qui, per sapere cosa devi studiare per l'esame devi pregare il professore di risponderti alle mail.

Il programma è il suo libro. E il suo libro è una schifezza. Scritto veramente coi piedi. L'imbecille si inventa una simbologia tutta sua, facendosi beffe delle convenzioni. Non c'è un argomento che si capisca, che venga spiegato come si deve. Tutto quello che si dovrebbe imparare da qui va cercato da qualche altra parte. E il tempo è pochissimo.
Ma il bastardo ha il potere di imporre che il suo libro sia il programma d'esame. Meno male che c'è anche in biblioteca, così evito di regalargli dei soldi che non merita. Baronato universitario, così lo chiamano.

Mesi di studio.Ogni giorno. Un'ora di viaggio casa-lavoro e studio in pullman.
Ogni sera, per ore, finché non arriva il sonno. Con la figlia in braccio (qualche volta) perché giustamente non ci sta a veder sparire suo padre nella stanza ogni sera dopo averlo aspettato tutto il giorno.
In due, a distanza, a cercare insieme il materiale, a spiegarci tutto, a prepararci per questa prova. Che non sarebbe stata facile lo sapevo, a luglio ci avevo provato ad andare senza essere pronto. Mi aveva sbattuto fuori in malo modo. Ci sono rimasto male, non per la bocciatura, quella la meritavo, ma per la maleducazione. Quella no, non deve mai essere tollerata. Ma chi sono gli alunni per un professore universitario? Formiche da schiacciare?

Al solito, mezza giornata di viaggio, dalla sera prima. Pernottamento a Torino ed esame il giorno dopo. Ogni volta un salasso di energie e soldi. Ma ne vale la pena. L'ho scelto io, l'ho voluto con tutte le mie forze, ci sto investendo tanto. E le soddisfazioni ci sono. Una media quasi del 27, mica da buttare. Anche qui vado per avere un voto alto, non per tornare con la coda tra le gambe.

E la mattina dell'esame arriva. Entra prima lei, la mia compagna di studi. Incrocio le dita, lei si sente preparata "a macchia di leopardo", come dice, le mancano dei pezzi, ma può farcela.
Quasi un'ora dentro. Poi esce col pollice alzato. E' andata. Ci speravo, e so che posso farcela anche io.
Si comincia bene, un po' di domande senza intoppi, me la cavo (eccheccazzo, mi sono preparato, no?)
Poi arriva il primo errore. L'unico. Ma non mi dà il tempo di riguardare, pensarci e correggere.
"Basta, le do 18 perché sono stufo di fare questi esami".
Più chiaro di così: quelli dei corsi a distanza gli stanno sulle palle. Quella era la sua intenzione. Un 18 al primo errore per non ritrovarci ancora davanti.

Pochi minuti dopo decido di rifare l'esercizio e trovo l'errore. E scopro che, su tre che eravamo a fare l'esame, tutti e tre siamo stati trattati nello stesso identico modo. Sbattuti fuori al primo errore con 18, chi prima, chi dopo, chi con più domande, chi con meno della metà.

Sono furioso. Se vogliamo mi è anche andata bene, su quasi trenta esami ho avuto pochi voti bassi e questo è forse l'unico immeritato. Ma non per questo lo schifo si deve tollerare. Penso con invidia a quello che mi raccontano da oltre oceano, mi dicono che i professori americani sono soggetti a valutazioni anonime da parte degli alunni.
E mi disgusta ogni giorno di più la mancanza di meritocrazia di questo paese, che non ho mai sentito mio e a cui non voglio più appartenere.
Sarebbe giusto poter denunciare, ma è una battaglia persa in partenza, quella per ottenere giustizia in questo paese di merda. I professori sono una categoria protetta, quelli universitari più di tutti. Ed episodi come questo sono tra i meno gravi, vengono minimizzati. Io non minimizzo. Non tollero. Non perdono.

Possiamo anche dire che un professore scadente, che dovrebbe essere mandato via a calci in culo, uno solo (forse) nel corso, si può trovare ovunque. Poi mi ricordo che per me tutto il percorso scolastico è stato simile.
Una maestra delle elementari che ti faceva mettere in fila a prendere schiaffi e bacchettate, professori delle superiori che erano lì a rubare lo stipendio, che disprezzo come persone, ancora prima che come insegnanti, e che non dimentico a distanza di tanti anni, per quanto schifo mi hanno lasciato dentro. Sarebbe stato giusto sottoporli a valutazioni da parte degli alunni, ne sarebbero rimasti davvero pochi. E sarebbero stati sostituiti da ragazzi volenterosi, quelli che sono rimasti precari a vita perché i fannulloni erano arrivati prima e avevano occupato tutti i posti.
Se non ho voluto fare l'università a 19 anni è perché ero rimasto troppo disgustato della scuola.

Ecco, ogni tanto è il caso di ricordare che ho scelto di scrivere questo blog proprio per valutare l'idea, ormai sempre più vicina, di andare via dall'Italia subito dopo la laurea. Per chiedere consigli e confronti sugli altri paesi. Per me è quasi finita, ma per mia figlia comincia l'anno prossimo, e non ci penso lontanamente a farla crescere in Italia.
No, non credo che da altre parti sia tutto rose e fiori. Ma nella scuola italiana ci sono stato per tanti di quegli anni, e salvo pochi insegnanti, pochi davvero.
Addio Italia, al più presto...