domenica 27 agosto 2017

L'Apostille e i documenti all'estero

Una domanda che si sarà posto chi vuole trasferirsi all'estero, che si tratti di un periodo per studio, o che voglia rimanerci è: "come funziona con i documenti?"
Cioè, ogni paese ha i suoi, io vengo dall'Italia con il mio certificato di nascita, il mio titolo di studio, che sono diversi da quelli del Paese dove vado. Come farò per farli riconoscere?
La risposta è: dipende. Dal documento che vuoi utilizzare, dal Paese dove vai, dall'uso che devi farne, ecc.
Di solito viene richiesta la traduzione dei documenti presso un traduttore ufficiale, nel Paese di destinazione. E poi l'Apostille.
L'Apostille è un timbro che viene messo in Prefettura (in Italia) e che serve per legalizzare i documenti per l'estero in base ad una convenzione internazionale.

Vediamo come si ottiene questo timbro e dove si mette.
Prendiamo il caso dei documenti che vi può rilasciare normalmente il municipio. Ah, già, in Italia non siamo più abituati ad andare in comune a richiedere un certificato di nascita, di residenza, ecc. Si può autocertificare tutto, perfino la propria morte. L'autocertificazione è diventata la normalità e quando si vuole un certificato si può fare e si pagano ben 16 euro di marca da bollo, mica noccioline!
Pazienza, se all'estero vogliono un certificato, ci vuole quello.
A me finora sono serviti un paio di documenti. Uno è l'atto di nascita. Non il certificato che vi rilascia il comune di residenza, l'atto che vi può rilasciare solo il comune di nascita. E se siete nati lontani da dove vivete vi tocca un viaggetto, o dovrete contattare il municipio corrispondente. Una buona notizia: potrete avere questo atto già in formato multilingue, evitando (forse) di dover richiedere la traduzione in seguito.

Unica precauzione necessaria sarà quella di avvisare il municipio che si vuole richiedere l'Apostille. Il documento, infatti, dovrà essere firmato da qualcuno che ha una firma depositata in prefettura.
Passo successivo: portare nella prefettura della stessa città l'atto da autenticare. Questo timbro viene apposto (attenzione: questo è l'unico significato corretto della parola "Apposto") immediatamente e gratuitamente sul retro del documento. Se, come è successo a me, anche il retro del documento non ha uno spazio bianco, viene aggiunto un foglio.




Il documento viene numerato e in prefettura viene registrato, in modo che, quando lo stato estero vorrà verificarne l'autenticità, potrà contattare l'Italia, fornendo questo numero. Ovviamente anche l'Italia riceverà, quando richiesto, documenti dall'estero con questa legalizzazione e potrà controllarne la validità.
Avere un atto di nascita con questo timbro è utilissimo per chi vuole poter andare all'estero (a me è servito per sposarmi) e, se possibile, conviene consegnarne sempre una copia e tenersi l'originale.
Si può avere l'Apostille, se serve, sui documenti di stato civile (Nascita, stato di famiglia, residenza...) e anche sui titoli di studio.
Sul diploma? Sulla laurea? Ebbene sì!
E adesso? Come si fa?
Sono andato a Torino in una bella giornata d'autunno di 2 anni fa per la consegna della mia laurea. Mi hanno dato una bellissima pergamena che ho incorniciato e che non vorrei mai sciupare con un timbro. E poi, firma depositata in prefettura? Ce l'aveva il rettore la firma depositata? E devo tornare a Torino per l'Apostille?
No, niente paura. Dovrete solo sfilare la vostra pergamena dal quadretto e portarla in copisteria per farne fare una copia (se avete una fotocopiatrice abbastanza grande in casa, buon per voi). Una volta fatto questo, recatevi nel municipio della vostra città con l'originale, la copia e una marca da bollo da 16 euro (sì, sempre quella) e fate autenticare la fotocopia da un impiegato che abbia la firma depositata in prefettura ("io, io ho la firma internazionale!" mi dice gentilmente la signora che mi ha fatto l'autentica in comune). Poi, andate in comune, dove un sonnecchiante impiegato appoggerà la copia autenticata su un supporto di gomma e, con tutte le forze di cui dispone, sbatterà questo timbro enorme sul foglio. Compilerà poi tutti i campi e lo registrerà.

P. S. La prima volta che ho tentato di far apporre l'apostille al mio diploma di maturità, l'impiegato si è rifiutato, convinto questo timbro che si mettesse solo sui documenti di stato civile, e mi ha messo un altro timbro, che all'estero è stato inutile (per fortuna non mi serviva).
Sono tornato dal Messico un paio di anni dopo e sono ripassato, dicendo che con quel timbro che mi aveva messo non ci potevo far nulla.
"E allora cosa richiedono?" mi dice.
"L'Apostille".
e questa volta me l'ha fatta senza battere ciglio.

mercoledì 16 agosto 2017

No vax, free vax, ma vaff...



Lo confesso, anche io una volta ero un no vax.
Una volta, tanti anni fa, più o meno quando avevo 6 anni e le punture toccavano a me. E io sono un fifonissimo. Ma allora mi difendeva solo Pippo Franco. Chi non ha mai sentito questa canzone può andare ad ascoltarla adesso, è un bel successo della mia infanzia.
Vabbé, però poi, purtroppo, si cresce. Fifonissimo ci sono rimasto lo stesso, eh, se vedo un ago mi giro dall'altra parte. Ma questa puntura serve davvero? Fa bene come dicono?

Io non lo so, ma credo di sì. Ed è anche giusto dire "non lo so". Fare un passo indietro di fronte a quelle che non sono le nostre competenze.
E' la moda fare i tuttologi, studiare su google e all'università della vita e sentirsi competenti e bravi in tutto. Credere di avere autorità, di poter trattare le scienze come qualcosa di democratico, in cui ogni parere ha lo stesso valore. Ebbene no, non è così.
Io con i medici ho sempre avuto fiducia ed obbedienza cieca. Cieca, ripeto, cieca. E ritengo che debba essere così. Io non ne capisco nulla, il medico è preparato, punto. Il discorso finisce lì, quello che penso io non vale nulla perché è lui quello che ha studiato. E non ho mai messo in discussione, dicasi mai, l'operato di un medico.
D'accordo, può capitare che un medico sbagli, può succedere di non riuscire a risolvere un problema. Ma in quel caso la soluzione è rivolgersi a un altro medico, non fare gli autodidatti.

I vaccini sono una cosa importante, seria. Non li abbiamo avuti sempre a disposizione. Non ce n'erano molti quando ero piccolo, così ho beccato tutte, TUTTE le malattie esantematiche entro i 2 anni di età. Ho completato l'album.
E qualcuno mi dirà "e sei qui a raccontarlo". E si becca il primo vaffanculo. Da quello che mi raccontano, ho avuto il morbillo a 8 mesi, e la mia crescita è rimasta bloccata per un anno. Ero troppo piccolo per ricordarlo, quello che invece ricordo bene è che sono cresciuto sempre dopo gli altri. Più piccolo, più mingherlino, a 10 anni pesavo venti chili. Ma a me è andata molto bene, perché di morbillo si muore.

Non tutti possono vaccinarsi. E non tutti sanno di non potersi vaccinare.
Chi non lo sa rischia di essere danneggiato dal vaccino, e qualche volta succede. No, non venitemi a parlare di autismo, è una cazzata grossa come una casa. Mi pare che sia stata smentita abbastanza chiaramente la relazione tra vaccini e autismo. Secondo vaffanculo a chi sostiene ancora che i vaccini possano provocare l'autismo.
I danni, purtroppo, possono esserci, ma i ricercatori lavorano duro perché siano sempre più limitati, perché non tocchi più a nessuno. E, se vogliamo parlare di persone danneggiate da vaccino dobbiamo comunque considerare i danni gravi e permanenti, non la febbre che può capitare e durare un paio di giorni. E mi risulta che le persone danneggiate da vaccino siano una frazione infinitesima di quelle danneggiate per non aver fatto la puntura. 631 danneggiati da vaccino riconosciuti dal 2001 al 2015, cioè in 15 anni, contro i 726 casi di solo morbillo in un anno, nel 2016. E, ovviamente, se permettiamo alla ricerca di andare avanti, faremo in modo che i vaccini vengano migliorati e che anche questi 631 casi debbano rimanere un brutto ricordo.
Leggo spesso questi commenti di gente che ha paura dei vaccini perché "contengono metalli pesanti", "perché 12 vaccini sono troppi" e stronzate del genere. Ma, se avete dubbi, perché non andate a farveli chiarire dai medici, invece di cercare su google quello che scrive il primo imbecille in rete? Finora non ho mai sentito nessuno di questi famosi "no vax" dire frasi come "il mio medico mi ha messo in guardia contro questi rischi". Perché questi imbecilli non hanno l'umiltà di rivolgersi alle uniche persone il cui parere conta: i dottori, laureati in medicina e chirurgia.

Ci sono poi quelli che non possono vaccinarsi e lo sanno. Gli immunodepressi. Per loro esiste solo una salvezza. Si chiama immunità di gregge. Quando almeno il 95% della popolazione è coperta da vaccinazione, il restante 5% ha un rischio molto basso di contrarre la malattia perché è difficile che entri in contatto con soggetti ammalati. Per queste persone evitare il contagio è vitale, proprio perché hanno un sistema immunitario debole, se prendono la malattia rischiano più degli altri.

Poi si è creata un'altra frangia di complottari: i "free-vax". Quelli che lamentano la scarsa informazione da parte del ministero della salute riguardo ai rischi e al contenuto dei prodotti che vengono somministrati.
Sono ovviamente favorevole al dare, a chiunque lo chieda, tutte le informazioni di cui ha bisogno. Ogni tanto leggo "sul bugiardino del tal vaccino c'è scritto questo". Ma, scusate, di cosa state parlando? Quando andate a vaccinarvi, o portate vostro figlio alle asl, vi danno un foglietto da leggere? A me non l'hanno mai dato, l'infermiera è lì con la siringa pronta e zac, e avanti il prossimo, che non abbiamo tutta la mattina. Non che abbia nulla contro l'informazione, ma non è mica quello il momento di farla, l'informazione va fatta prima. Perché non andate dal vostro medico di famiglia, che vi riceve una mezz'ora seduti e vi spiega tutto quello che volete sapere? Io non l'ho fatto, non ritengo di dover mettere in discussione quello che fior di medici e ricercatori hanno stabilito. I vaccini vanno fatti, mi fido ciecamente, arriva la convocazione, e si va lì a far punzecchiare la figlioletta.

E ancora, le parole che mi stanno facendo vomitare, in questo contesto sono "libera scelta". No, libera scelta un par di palle. Come dice il proverbio, la libertà di un individuo finisce dove comincia quella degli altri.
Prima di tutto chi nega ai propri figli la protezione necessaria da malattie pericolose non è degno di fare il genitore. Mi sono arrabbiato moltissimo quando, dal decreto che ha reso obbligatori alcuni vaccini, è stata eliminata la sanzione che prevedeva la perdita della patria potestà per chi contravviene all'obbligo. Anche io avevo pensato a questa sanzione. Non vuoi vaccinare tuo figlio? Gli fai un danno incalcolabile, come se lo massacrassi di botte ogni giorno. Sì a questa sanzione, sì alla perdita della patria potestà per chi non vaccina i figli.
E oltre a fare del male ai propri figli, si fa del male ai figli degli altri, che non possono vaccinarsi. E questo è imperdonabile. Non basta escludere chi non è vaccinato, o comunque immunizzato, bambini e adulti, dalle scuole. Va isolato del tutto. Quarantene, ghetti e lazzaretti sono l'unica via per escludere dalla società gli untori.

Non si può parlare di libera scelta sui vaccini. Sarebbe come parlare di libera scelta di guidare ubriachi. Se vuoi ammazzarti, non ammazzare gli altri.

Da oggi, nella colonna di destra, troverete questa immagine con la scritta "questo blog è favorevole all'obbligo dei vaccini".

I no-vax sono invitati ad abbandonare questo blog. Qualunque loro commento sarà cancellato, non devono avere diritto di parola.

giovedì 3 agosto 2017

Il dado è tratto


Devo confessarlo. In 18 anni ho cambiato idea tante, troppe volte. E ho anche pagato questa indecisione molto cara.
Scegliere un posto a tavolino è molto difficile e la possibilità di visitarne tanti non ce l'ho, figurarsi quella di andarci a stare per un periodo. Se poi consideriamo che la mia ricerca è cominciata molto prima che io avessi internet a disposizione, quindi molto più difficile, forse si capisce meglio come si possa cambiare tante volte destinazione.
L'ultima destinazione a cui avevo pensato prima di trasferirmi a Lucca e poi puntare agli USA era effettivamente un'ottima scelta per tanti motivi.
Ci sono stato d'inverno e l'ho trovata meravigliosa. Mare splendido, clima bello anche a Gennaio, trasporti che funzionano benissimo, pulizia quasi impeccabile per le strade, gente educata e gentilissima. Ne ho avuto un'impressione ottima.
Ci sono ritornato d'estate e non sarei più andato via. Ricca d'arte e allo stesso tempo moderna, ottima cucina, viva come vorrei io.

Questo paradiso si chiama Valencia.






Terza città della Spagna, dopo Madrid e Barcellona, con 800.000 abitanti, affacciata sul mediterraneo, alla latitudine della Calabria, Valencia gode di un clima mite tutto l'anno, non troppo freddo d'inverno e simile a quello italiano l'estate, non più caldo.
Se volessi descrivere tutti gli aspetti che mi hanno fatto innamorare di questa città il post sarebbe lunghissimo. Ce ne vorranno tanti, e ce ne saranno tanti, per parlarne più in dettaglio.
Ci sono stato la prima volta quando vivevo tra Sondrio e Cuneo e mi è piaciuta subito. Al momento di cercare lavoro ho voluto tentare subito lì.

Ma, ahimè, il punto dolente di un Paese meraviglioso come la Spagna è proprio il lavoro.
La Spagna, in generale, non è il posto dove fare carriera. Con le dovute eccezioni. La disoccupazione è più alta di quella italiana, gli stipendi sono inferiori, anche se il costo della vita è più basso.
Come dicevo l'altro giorno, se a qualcosa ci tengo, ci provo sempre. E anche allora l'ho fatto. E non ci sono riuscito.
Era il 2011, la crisi economica che ha colpito tutto il mondo si è fatta sentire in Spagna in modo particolarmente duro. La Comunità Valenciana è stata una delle regioni più bastonate dal crack spagnolo. Un periodo davvero duro. I politici promettevano di tirarci fuori tutti in pochi mesi e invece ancora per anni le cose sono andate davvero male.

Trovare lavoro a distanza, senza essere già sul posto, è difficile, non avevo ancora esperienza e nemmeno la laurea. Ma ci ho provato. Ho mandato tutte le candidature possibili, nessuna risposta. Non avevo tempo per tentare continuamente, dovevo trovare lavoro prima che il sussidio di disoccupazione finisse. E l'ho trovato, intanto in Toscana. Valencia è andata in soffitta, mi ero rassegnato a non poterla raggiungere. Anche quando ho ritentato l'espatrio, non l'ho considerata possibile per un bel pezzo.
Ci è voluta la rinuncia agli USA per farmi decidere. In fondo, mi sono detto, in confronto alle difficoltà che comporterebbe un trasferimento in America (permessi lavorativi, lingua, ecc), in Spagna sarebbe una passeggiata. Nessun problema coi permessi di lavoro, nessun problema con la lingua, perfino la stessa moneta, mi chiedo davvero se andare a Valencia si può considerare a tutti gli effetti un espatrio. Vedremo.

E così ho deciso di riprovarci. Le condizioni di base restano le stesse: la Spagna non offre, in generale, opportunità lavorative migliori dell'Italia, gli stipendi solitamente sono più bassi e così il costo della vita. Valencia, poi, non ha tante aziende di informatica come Barcellona, che al contrario, avrebbe avuto tantissimo da offrire. Ma no, niente da fare. A Barcellona non ci sono ancora mai stato, ma mi attirava meno l'idea di vivere in una città troppo grande per me, meno calda e con una lingua diversa dallo spagnolo. Sarà sicuramente un posto che voglio frequentare, tanto, dove ho anche delle persone care, ma non era quello a cui pensavo per viverci.
Quello che cambia e che ora ho qualche anno di esperienza lavorativa e una laurea conquistata con un ottimo voto e tanto sacrificio.

Ho cercato lavoro tramite tutti i canali conosciuti, per mesi. LinkedIn primo fra tutti, e tutti i siti di ricerca lavoro del settore. E poi, un giorno, un'azienda che conosco, una multinazionale che ha sede anche a Firenze, pubblica un po' di offerte per ampliare l'organico in diverse sedi della Spagna, compresa Valencia. Non aspetto un minuto, ci provo subito, sono il primo a candidarmi.
E mi chiamano, mi fanno dei colloqui per telefono. La responsabile delle risorse umane rimane conquistata dalla mia storia lavorativa, dal fatto che ho fatto il liutaio e poi l'università mentre lavoravo.
E mi accettano. Con condizioni, anche economiche, un pochino migliori di quelle che ho ora qui. Comincerò a lavorare a settembre. Ancora non ci credo.
Intanto mi mandano il contratto preliminare, l'azienda stessa mi fissa un appuntamento per il NIE.
Il NIE (Numero de Identificaciòn del Extranjero) è il corrispondente spagnolo del nostro codice fiscale, che viene attribuito agli stranieri (per ora ho capito così). Per i cittadini dell'Unione Europea non c'è bisogno di un permesso di soggiorno, ma è sufficiente fare questo documento.
Mi hanno indicato quali documenti dovrò portare con me e ci sarà una persona dell'azienda ad aspettarmi davanti agli uffici per accompagnarmi in queste pratiche. Già questo trattamento per me è una novità molto positiva.

Il NIE dovrò farlo a Barcellona, dove si trova la sede principale del ramo spagnolo dell'azienda, poi andrò a Valencia per cercare casa e dopo qualche giorno inizierò a lavorare. Manca davvero poco.

martedì 1 agosto 2017

Cambio di rotta



Dove eravamo rimasti?
Ah, sì. Un anno e mezzo fa, quando ho smesso di scrivere, ero nel bel mezzo di un tentativo di espatrio, con tentata destinazione California e, soprattutto senza bussola.
Per chi vuole ripercorrere questo cammino, e per chi comincia a seguire oggi questo blog, ho usato l'etichetta la terza scelta per contrassegnare i post in cui racconto questa avventura.

Non so se qualcuno si sorprenderà della cosa, comunque è arrivato il momento di dirlo: gli USA non sono più il mio obiettivo.
E' troppo lungo e difficile riuscire ad ottenere un visto lavorativo americano. E quando dico "troppo lungo e difficile" non intendo impossibile, voglio dire che ci vogliono più tempo ed energie di quello che sono disposto io ad impiegare. E c'è chi è più motivato e capace di me che ce l'ha fatta.
Io mi sono voluto fermare qui con questo tentativo. La mia motivazione non è mai stata quella, forte, di chi ha sempre sognato l'America da piccolo. Io cercavo un posto più caldo di qui, dove poter lavorare e vivere bene, senza stare a rifare tutto il discorso sulle motivazioni, chi lo cerca lo può trovare qui.
Non ho 20 anni e la possibilità di tornare indietro se qualcosa va storto o, semplicemente, se un posto, in cui non sono mai stato e che sto tentando di scegliere a tavolino, non mi piace.
Ottenere una green card per potersi stabilire negli USA può essere un processo lunghissimo, durare diversi anni, senza nessuna garanzia di successo. Si può andare avanti fino a 6 anni con permessi temporanei e poi essere costretti a tornare indietro con le pive nel sacco.
Per diversi anni ho tentato di trovare una strategia, ma non ci sono riuscito. L'informatica è un settore privilegiato, si riesce con più facilità a trovare lavoro, ma questo non è bastato.
Nessun rimpianto, ho voluto provare, ci ho creduto fino in fondo. Ed è quello che faccio sempre. Non mi lascio scoraggiare facilmente se qualcosa appare impossibile, se ci credo, ci provo. Alcune volte ci riesco, tante altre... no.

Altri aspetti, poi, sono stati fortemente scoraggianti. Io considero prioritario avere un ottimo work-life balance e non mi piace la competizione. Da quanto ne ho potuto vedere, esistono, anche negli Stati Uniti, ditte dove si lavora 9-17 e aziende che assorbono tutta la vita dei loro lavoratori. Certamente non farò mai a gara con gli altri a chi esce per ultimo dall'ufficio.
Quando poi, da un pezzo, avevo rinunciato a pensare di scavalcare l'oceano, è arrivata l'ennesima mazzata. L'elezione di Trump.
Questo no. Non me lo aspettavo che ci potesse essere tanta gente così stupida da votarlo. Quando, per anni, gli USA mi sono stati sulle scatole, era il periodo in cui governavano i Bush. E quando penso a tutto ciò che a me non sta bene del Paese (libera circolazione delle armi, sanità non accessibile a tutti gratuitamente, discriminazioni, guerre in mezzo mondo) non faccio fatica a identificarlo coi repubblicani.
Ho creduto che Obama potesse farcela a cambiare le cose, e dopo di lui, che Sanders potesse continuare e migliorare l'opera. Prendere esempio dall'Europa per il sistema sanitario e rottamare quello attuale, fare altrettanto con le armi.
E invece no, ha vinto l'egoismo di chi sta bene e se ne frega del prossimo, la stupidità di chi pensa che in ogni strage che succede ogni giorno a causa di un pazzo armato ci vorrebbe più gente armata per difendersi.
Non ci sto. Se non avessi già rinunciato da prima, sarebbe stata proprio l'elezione di Trump a mettere la parola fine al mio tentativo di raggiungere gli Stati Uniti.

MA
MA
MA

Ma, pur avendo deciso di non tentare più con le aziende americane, non ho rinunciato a quello che è il mio vero sogno. Vivere in un posto vivo, caldo, accogliente, con servizi efficienti, dove lavorare bene. Quindi, anche cambiando destinazione, non ho rinunciato al viaggio.
L'ho fatto diverse volte, ed ogni volta ho capito e imparato qualcosa in più. Ed ogni volta mi sono avvicinato di più al mio obiettivo. E questa volta l'ho centrato.
Un cambio di rotta.
Per 18 anni ho cercato il posto ideale. A tavolino, senza avere la possibilità di andare a provare a starci un po'. Ma è sempre successo qualcosa. Difetti troppo grossi, emersi in un secondo momento, o difficoltà troppo grandi. O tutte e due le cose.
Ed è successo anche questa volta. Un posto che ho conosciuto e amato e a cui avevo dovuto rinunciare tempo fa perché irraggiungibile, è diventato raggiungibile. La possibilità che cercavo da anni è arrivata.
Qual è quindi questo posto? Cosa è successo, come è arrivata questa possibilità?
Ve lo racconto la prossima volta.

sabato 29 luglio 2017

Si ricomincia

Ciao a tutti
sono tornato. Dopo un anno e mezzo di assenza.
Ho dato una piccola rispolverata al blog, senza impegno né pretese. Dopo averlo abbandonato del tutto per un po' e dopo qualche mese di invisibilità La vita comincia a 40 anni ritorna.
Tra un po' vedrete qualche novità. Solo un pochino di pazienza
A presto...

domenica 13 marzo 2016

Una giornata tra i dinosauri

Ormai la figlia ha deciso. Da grande vuole fare la paleontologa.
Sa tutto sui dinosauri, in che periodo vivevano gli uni o gli altri, quali erano gli erbivori, quali i carnivori.
Libri, film, giocattoli, dinosauri su dinosauri.
Guardiamo insieme Jurassic World e riconosce i velociraptor e protesta perché non erano del giurassico ma del tardo cretaceo e non potevano vivere insieme al brachiosauro, che invece era del giurassico.

Deciso, a 18 anni andrà a scavare ossa di dinosauro. Si è già preparata con tutto l'occorrente.


Allora, visto che vuoi fare sul serio, facciamo sul serio!
Sabato mattina, si parte. Dove, è una sorpresa. Quando arriviamo le diciamo che è un museo. Non volevamo crearle aspettative molto alte, il rischio di una delusione c'è. Soprattutto perché vedere un reperto vero, danneggiato dal tempo, incompleto, rispetto a una ricostruzione fantascientifica, per i bambini può essere deludente.

- Ma io al museo non voglio andarci, è noioso.
- E se questo è un museo particolare?

Museo di storia naturale dell'università di Pisa. A Calci. meno di 20 Km da Lucca. Decisamente a portata di mano.
Per tutto l'anno c'è la mostra "Terra dei giganti", con scheletri di dinosauri prestati anche da altri musei.
Uno spettacolo autentico.
Cominciamo con il mostrarvi il posto. La certosa di Calci, trasformata in museo. Immersa nel verde delle colline toscane.


Dentro, una parte della certosa è visitabile, con le sale espositive. In un'altra, molto ben conservata, siamo entrati per sbaglio, intercettati dopo un po' da qualcuno che ci ha ricondotti sulla retta via.
Il museo ha diverse esposizioni.
La tremendazza ha preso la mappa e ci ha guidati dove più le interessava, alla mostra dei dinosauri.
Mi è piaciuta, molto ben fatta. Vedere i soli scheletri nelle teche l'avrebbe forse delusa. Invece hanno realizzato molte riproduzioni da affiancare agli originali.
"Originali", beh, non tutti. Alcuni erano originali, in vetrina, altri erano calchi, esposti liberamente. Ma questo lei non lo sa.




Eccola qui davanti al primo scheletro esposto. Quando le ho detto "ti avrebbe mangiato in un boccone" lei cosa mi ha risposto?
"Guarda, papà, che questo era un erbivoro, vedi i denti?
Mi rassegno. Lei ne sa di più.
Ecco qui il carnotauro (carnivoro). Scheletro e riproduzione.



E poi tanto altro.
Artigli di feroci predatori


Fossili, scheletri completi e non.



Questo è il teschio di uno pterosauro, un passerottino dell'epoca che avrebbe potuto usarci come becchime.


Queste erano solo le esposizioni temporanee. Il museo ha una zona dedicata a tante specie attualmente viventi. Non che io sia favorevole alla discutibile pratica dell'imbalsamazione, che prevede di uccidere delle povere bestie per impagliarle e mostrarle in vetrina, ma va detto che per quanto riguarda tutti gli animali esposti, si tratta di un lavoro fatto cent'anni fa. Oggi non sarebbe più accettato, per fortuna.



 Ecco lo scheletro di una giraffa


Mentre qui papà e figlia insieme cercano di misurare con le braccia la lunghezza della testa di una balenottera.


C'è ancora molto altro. Vale davvero la pena visitare questo museo. La tremendazza è tornata a casa ancora incredula per il meraviglioso spettacolo.
Vi rimando al sito istituzionale per ogni informazione.
http://www.msn.unipi.it/

domenica 6 marzo 2016

Il consumo responsabile (e altri pensieri della settimana)

Pensieri di questi giorni (non ricercate coerenza e un filo conduttore nei miei pensieri, vi perdereste).
Nichi Vendola ricorre alla pratica conosciuta come "utero in affitto" per avere un figlio. 
Le opinioni sono contrastanti, molto spesso drastiche, e in molti sentono la necessità di pronunciarsi. 
Come succede spesso nel web, e forse anche nella vita reale, il dialogo vero tra chi la pensa diversamente non c'è. Ognuno esprime con forza il proprio modo di vedere e lo difende a spada tratta, indipendentemente dalla propria esperienza (è un tema che conosco da vicino? Sto facendo ipotesi? 
Anche persone molto aperte e disponibili all'accogliere le opinioni altrui sono molto determinate e sentono la necessità di ribadire le loro posizioni più volte nei giorni successivi.
Personalmente, per quanto riguarda le persone che conosco, questo atteggiamento lo capisco, anche se non lo condivido appieno. Il tema è delicato, scottante, il bene dei più piccoli sta sinceramente a cuore a molti. 
Non vale invece la pena di parlare più di tanto dei troll che vomitano stronzate ogni volta che mettono le mani sulla tastiera, tirando in ballo Dio (che quando se li troverà davanti gli farà un mazzo tanto), la natura (di cui però gliene frega davvero poco) o altro.
 
Pochi giorni dopo si parla della futura apertura di Starbucks in Italia. E qui i suddetti troll si scagliano contro il diavolo a stelle e strisce che si permette di poggiarsi sul suolo italico.
A me il primo pensiero che viene in mente è "fammelo appuntare fra le cose di cui non me ne frega un cazzo", come si suol dire. Non che abbia qualcosa in contrario, è che è difficile che io ci vada, a meno che non me ne aprano uno di fronte all'ufficio. 
Detto questo però, la cosa mi fa piacere. Un'azienda straniera che investe in Italia. Non ce ne sono tante, sono molte di più quelle italiane che delocalizzano. Gli investitori stranieri sono scoraggiati dalla tassazione eccessiva e dalla burocrazia inefficiente dell'Italia. 
No, ci devono sempre essere tanti rompiballe che si devono mettere contro. Temere che le grandi catene distruggano i piccoli imprenditori italiani. 
Ma davvero? 
Prima di tutto mi preme sottolineare che non ci vedo nessun motivo di difendere i piccoli imprenditori. A suo tempo ne avevo parlato, è raro che io vada in un piccolo negozio invece che in un ipermercato. 
Poi, credo che la concorrenza sia una cosa buona, e che il protezionismo faccia male. L'azienda deve offrire qualità, differenziarsi dai suoi vicini e non costringere il consumatore a comprare perché non c'è altro in giro. E non credo che un buon bar abbia molto da temere. Se il caffè e i dolci sono buoni, e siete gentili, chi v'ammazza? Non ho visto mai nessuno che cambia bar per pochi centesimi di differenza sul prezzo. Se bruciate il caffè, come un bar che conosco, i clienti si faranno due passi in più e andranno da un'altra parte. E il protezionismo non vi salverà.

Ma questo mi fa pensare che alla fine, sempre e comunque, c'è tanta, troppa gente, che vuole che al mondo non cambi mai nulla. E io di questa gente sono proprio stufo, perché io di cose ne vorrei veder cambiare tante.

Poi viene fuori un commento del tipo "il caffè che usano è coltivato sfruttando i bambini". Se questo è vero non lo so, ma il tema che ne viene fuori è importante. Consumare responsabilmente. 
Trovo che sia davvero difficile. Vorrei avere la certezza che ogni prodotto che compro arrivi a me nel modo più "pulito" possibile, con il massimo rispetto dei lavoratori e dell'ambiente, che sia sano e che il suo uso non sia nocivo per nessuno. 

Bella utopia. 

Al supermercato è obbligatorio indicare la provenienza della frutta e della verdura. E allora uno pensa "compro italiano", pensando di andare sul sicuro, contando sul fatto che rispetto a molti paesi del terzo mondo ci siano più garanzie. Macché, poi abbiamo le discariche sotto i campi. Non solo in Campania, ne sono state trovate anche qui in Toscana. 
Quando si può contare su persone fidate che hanno un campo e che possono rifornirci di olio e pomodori, tanto di guadagnato. Ma non è facile, e tante volte bisogna fidarsi di quello che si compra.

Usare pochi imballaggi, e riciclare al massimo. Almeno qui si va a colpo sicuro. Gli stessi peperoni me li danno sfusi o in vaschetta. Anche se la vaschetta si ricicla, non è lo stesso che non produrla, peperoni sfusi, grazie. 

E per tutti i prodotti industriali (alimentari e non)? Vorrei vedere ogni lavoratore rispettato come me, che garanzie ho? Anche qui l'idea che i prodotti italiani siano meno sporchi di sangue non c'è. Si fa tanta pubblicità al tessile "made in Italy". Prato è in Italia, ma la maggior parte delle aziende di italiano hanno ben poco. Capannoni industriali con cinesi che sfruttano altri cinesi e che lasciano che muoiano nell'incendio di capannoni che non hanno avuto mai alcuna misura di sicurezza, è successo.
E non che gli italiani siano meno sfruttatori. 

Anche sul web la situazione non è migliore. Sento sempre cantare le lodi di Amazon. Però leggo anche che sono tra i peggiori schiavisti. Ho evitato Amazon quasi sempre per questo motivo, ma anche lì non è facile. Quando quello che cerchi te lo offrono solo loro, o qualche piccolo concorrente che non conosci e non sai nemmeno se te lo spedirà, è difficile fidarsi. Un giorno, poi, parlando con qualcuno del fatto che io non compro da Amazon, ho avuto una risposta interessante:
"sì, sappiamo che sono degli sfruttatori perché i loro lavoratori possono parlare, tanti altri non possono nemmeno". 

Riflessione interessante. E adesso?